Insoddisfazione e scarsa autostima: i meccanismi psicologici dell’invidia.

Vizio capitale o meccanismo di difesa?

L’invidia è una emozione socialmente condannata, vissuta spesso in solitudine, e difficile da ammettere anche verso se stessi.

Appare costituita da un sentimento di malanimo, più o meno intenso e duraturo, nei confronti di un’altra persona che ha qualcosa che noi vorremmo avere e che crediamo di non poter raggiungere. Il “qualcosa” in questione può riferirsi veramente a tutto. Si può essere invidiosi di beni materiali, qualità caratteriali, fisiche ed intellettive, status sociale, etnie di appartenenza e così via.

E’ da notare che l’invidiato spesso non fa nulla per sottolineare la sua “superiorità”; alcune volte potrebbe aver ottenuto una determinata cosa per caso ed altre ancora non vorrebbe nemmeno avere quel qualcosa!

L’invidia presuppone comunque un paragone tra noi e l’altro, dal quale se ne esce sconfitti ed inferiori. 

Tuttavia i beni o le qualità invidiate, in molti casi, non sono risorse limitate (del genere o lui o io), ma accessibili anche allo stesso invidioso (invidio Tizio perché ha preso un buon voto, ma nessuno, tantomeno lo stesso Tizio, mi impedisce di ottenere lo stesso risultato). Egli preferisce però intraprendere la strada del malanimo piuttosto che quella dell’emulazione. Il soggetto potrebbe infatti reagire, mettendo in atto comportamenti che lo portino ad ottenere la stessa cosa, provando a diventare come l’altro, il quale diventerebbe quindi uno spone (riprendendo il caso di prima: potrei mettermi a studiare o a compiacere l’insegnante!).

Come mai l’invidioso non mette in atto questo comportamento più funzionale? Perché l’invidia si lega fortemente al senso di autostima e alla sicurezza di sé. L’invidioso tende a stabilire la propria identità sulla base di confronti con gli altri, in maniera oppositiva piuttosto che costruttiva. Per questi motivi egli non si ritiene in grado di raggiungere lo stesso status dell’invidiato e non trova altre soluzioni per colmare il distacco, se non quella di disprezzare, sminuire, svalutare e augurare il “male” dell’invidiato, salvaguardando la propria fragile identità.

Quindi, in ultima analisi:

“Non invidiate, applaudite e poi fate di meglio”

La nostra invidia dura sempre più a lungo della felicità di coloro che invidiamo. – François de La Rochefoucauld, Massime, 1678 –

Come sono pesanti le conversazioni della gente superficiale!

Come dividiamo il mondo in introversi ed estroversi, spesso siamo tentati di dividerlo in superficiali e profondi. Ma che cosa è davvero la superficialità?

Per lo scrittore russo Aleksandr Solzhenitsyn – che ha passato gran parte della sua vita internato in un gulag – la superficialità è la malattia del secolo.

Io concordo!

Ci sono persone disabili nel corpo a causa di incidenti, malattie o quant’altro. A queste ovviamente mi relaziono con la massima naturalezza.

Ci sono poi persone disabili nel cuore, con le quali purtroppo non riesco ad instaurare nessun tipo di rapporto vero, ma dalle quali, al contrario, devo allontanarmi di corsa.

Quando il superficiale mi stanca, mi stanca talmente tanto, che per riposare ho bisogno di un abisso.

A queste persone non potrò mai trasmettere il valore dell’empatia perché la loro disabilità non è dovuta a fattori esterni ma è insita in loro.

Come spiegare l’abisso a chi sceglie di restare in superficie?

Quando queste persone sentono che la loro esistenza è “minacciata” la loro empatia è smorzata da qualcosa di terribile; l’egoistica fame di sopravvivenza!

La stessa acqua che bollendo ammorbidisce una patata indurisce un uovo, non è quindi questione di circostanze esterne ma di che pasta sei fatto.

l peggio è che, oltretutto, vogliono pure discorrere delle cose serie e profonde.

Spesso, troppo spesso, se vogliamo dirla tutta, si sentono dei “tuttologi” e non disdegnano il fatto di dispensare consigli, opinioni, pareri e, ahimè, persino giudizi su tutto e su tutti.

Sono figli del loro tempo ed hanno ormai imparato che la gente ama i pensieri che non inducono a pensare.

Di questi tempi, si sa, un grammo di immagine val più di un chilo di fatti.

È si, credo di possedere lo spirito di una sirena perché la profondità non mi spaventa ma ho il sacrosanto terrore della superficialità, per la semplice ragione che, se l’universo ci avesse voluto superficiali, ci avrebbe creato in modalità Touch Screen.

Bada bene, caro lettore, sto riferendomi alla superficialità e non al pregio di saper prendere con leggerezza la vita. Nella leggerezza, nel non volersi prendere troppo sul serio, nell’autoironia, nel non troppo attaccamento, non vi è nulla di male, anzi tutt’altro; essa si, andrebbe coltivata come una dote speciale che a poche persone, alla nascita, è stata donata come optional di serie.

Ecospiritualità, cos’è e come applicarla

L’eco spiritualità collega la scienza dell’ecologia con la spiritualità. Si può definire in modo generale come una “manifestazione della connessione spirituale tra gli esseri umani e l’ambiente”.

Non importa la fede di provenienza, sia essa Cristianesimo, Islamismo, Buddhismo, Neo Paganesimo o altre religioni, l’ecospiritualità riconosce la relazione spirituale di tutti gli esseri umani con l’ambiente.

Di conseguenza, l’attuale crisi ecologica che indubbiamente è sotto gli occhi di tutti noi, dimostra una sempre più forte crisi spirituale.

La crisi ecologica a cui siamo andati incontro rende necessaria una riconcettualizzazione del rapporto dell’uomo con l’ambiente.

La prospettiva moderna che si basa sulla scienza e si concentra sull’uomo, mentre tutto il resto è al di fuori, ha mostrato i suoi limiti.

Ha avuto e continua ad avere effetti disastrosi.

Pertanto l’ecospiritualità ha origine dalla confutazione dell’enfasi posta dalla società sul materiale e dalla separazione dell’uomo dall’ambiente, visto quest’ultimo, come un insieme di risorse principalmente da utilizzare a proprio vantaggio e non come risorsa con la quale interagire e rapportarsi in maniera armonica.

Vivere l’ecospiritualità nel quotidiano

L’uomo che realizza e vive l’esperienza del silenzio interiore, soprattutto usando i metodi della meditazione, dell’ascolto profondo, della profonda osservazione e dello sviluppo dell’empatia, tende a stabilire naturalmente una modalità creativa di tipo armonico nel rapporto con l’ambiente nel quale si identifica, in concreto, nel tema della proposta dell’ecospiritualità.
La vivibilità dell’ambiente e’ il riflesso dell’esperienza vissuta nel silenzio interiore. Un ambiente armonico, nel rispetto delle forme e delle necessità della natura, e’ il riflesso della spiritualità-equilibrio interiore vissuta dall’uomo che ha realizzato una sua armonia interiore.
A sua volta l’ambiente puo’ influire sull’individuo. Se l’ambiente e’ degradato, ovvero non e’ armonico, puo’ suscitare il degrado della mente, della cultura e degli orientamenti spirituali.
L’applicazione dell’ecospiritualità puo’ esprimersi dalla sfera individuale alla natura in cui l’uomo vive, sino allo sviluppo del suo rapporto con il trascendente:


a) nell’alimentazione, usando prodotti naturali, la cui produzione non forzi l’ecosistema e i ritmi della Natura


b) nel rapporto armonico con le altre creature viventi del pianeta


c) nel rispetto di Madre Terra, osservando i suoi cicli e le specifiche prassi della natura


d) nella socialità in un rapporto armonico con gli altri che porti alla costruttività e al soddisfacimento reale dei propri bisogni


e) nella abitabilità (gli ambienti malsani producono riflessi negativi sulla salute dell’uomo)


f) nel mantenimento dell’equilibrio psicofisico dell’individuo


g) nella prevenzione e nella cura armonica delle malattie (prevenire e curare nel rispetto della dignità dell’individuo attraverso terapeutiche a misura dello stesso)


h) nell’espressione di rapporto artistico con la natura (poesia, musica, pittura, scultura) non per possedere le forme ma per rapportarsi con l’esistenza attraverso di esse

i) nella sistemazione dell’ambiente (il bello nell’equilibrio e nell’armonia delle forme arricchisce la mente e fa vivere l’uomo dignitosamente e felice) utilizzando il concetto di vuoto e di pieno


l) nell’utilizzo armonico delle risorse naturali e umane


m) nel mantenimento del proprio equilibrio interiore lasciando esprimere senza morali costrittive i bisogni creativi della mente


n) nella realizzazione del silenzio come qualità di riferimento alla propria esperienza di armonia e conoscenza attuabile con la meditazione, con la musica del Vuoto


o) nella conoscenza dello stato della realtà dello Shan ( antico termine dello Shamanesimo solare, lo Shan è lo stato di realtà naturale dell’uomo in cui ognuno può trovare armonia e conoscenza. La partecipazione e il riferimento a questo valore assoluto di realtà può dare significato e benessere all’esistenza umana, come riferimento e significato del proprio essere e delle proprie modalità creativa

p) nel proteggere, preservare ed onorare, luoghi un tempo considerati sacri, appartenenti a qualsiasi religione o filosofia, diventandone a propria volta, loro inconsapevoli studenti.

Buona ecospiritualità a tutti 🌍

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