Guardala dal lato positivo ☺️

CERCARE IL POSITIVO NEL NEGATIVO.

✔️Perché è importante farlo?

✔️Come e quando siamo chiamati a farlo?

✔️Cosa ci può aiutare a farlo?

Le domande di oggi ci riguardano tutti.

Lavoratori, imprenditori, manager, professionisti, laureati, studenti, uomini, donne, famiglie.

Gli ultimi anni hanno accentuato la necessità di rileggere tante situazioni negative accadute e cercare un senso e un significato diverso, meno immediato, meno istintivo, meno facile da comprendere.

Un passo indietro.

Tutti abbiamo vissuto e viviamo momenti negativi.

👉Una professione, un lavoro che non decolla.

👉Un’occasione che non arriva.

👉Un progetto che non funziona.

👉Un dubbio che diventa blackout nel lavoro e /o nella vita quotidiana.

👉Un errore che pesa e condiziona.

👉Un fallimento che blocca.

Tante e diverse sono le situazioni che percepiamo come negative e paralizzanti, all’apparenza prive di sbocco o soluzione.

Quando mi capitano situazioni simili, dopo una iniziale parentesi in cui tutto sembra fermarsi, bloccarsi quasi, scatta una naturale, vitale, necessaria esigenza di cercare il positivo nel negativo.

Inizialmente era una sorta di istinto, poi è diventato un esercizio importante fatto di attenzione, impegno, analisi critica, misto alla sorpresa di vedere cosa si nasconde dietro ogni episodio “negativo” che può accadere.

Provo a rispondere alle domande iniziali.

📌 PERCHÉ FARLO?

Nei momenti di caos, di complessità, di crisi, si nascondono sempre occasioni e opportunità.

Non è retorica, credimi, è un dato di fatto oggettivo.

👉Anche e spesse volte soprattutto i momenti negativi creano la strada per creare dei momenti positivi, anche, perché no, per reinventarci.

Lezioni di vita da apprendere, capacità nascoste da tirare fuori, aspetti del carattere da conoscere e migliorare, cose da cambiare, esperienze nuove da fare, vecchie abitudini da sostituire.

📌 COME FARLO?

Superando l’iniziale momento di smarrimento, destabilizzazione, spaesamento.

Superare questo momento è essenziale, osservando la situazione che viviamo da prospettive diverse e confrontandoci con persone esterne, che hanno vissuto situazioni simili o possono offrire una visuale differente che non avevamo preso in considerazione.

La diversità di approccio, metodo, analisi aiuta sempre molto, ci fornisce una visione d’insieme più obbiettiva e realistica.

📌 QUANDO FARLO?

In ogni momento.

Fermarsi ad analizzare quanto accaduto è fondamentale per poi poter continuare.

Fermarsi a osservare, a riflettere, a comprendere per poi riprendere a fare, a imparare, ad agire.

📌COSA CI AIUTA A FARLO?

Tre sono le cose che più sento importanti:

👉La nostra naturale tendenza a vivere il nostro cammino, percorso lavorativo, situazione personale e professionale, mutandolo in un’opportunità di crescita e di maggior chiarezza. Una sorta di percorso di esperienze delle quali sapersi nutrire.

👉La curiosità di scoprire tutto ciò che non abbiamo ancora avuto modo di conoscere in prima persona è una molla potente.

👉La voglia di rispondere ‘presenti’ alle prove della vita e del lavoro.

Riuscire ad inquadrare la nostra situazione attuale attraverso le lenti di un approccio più positivo ci regala la possibilità di aumentare il nostro potenziale innato, fornendoci, al tempo stesso, l’opportunità di scoprire nuove vie e nuove possibilità per raggiungere gli obbiettivi che ci siamo prefissati.

L’ottimismo è realmente il sale della vita

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La zona di comfort: accettare l’insicurezza per superare i propri limiti e accrescere le nostre innate e illimitate potenzialità.

La vita comincia dove finisce la tua zona di comfort.

Una classica citazione del mondo della crescita personale che forse avrai letto almeno una volta.

A dirlo è stato Neale Donald Walsch, una sorta di guru spirituale, autore di una fortunata serie di libri dal titolo Conversazioni con Dio. Non è esattamente uno di quegli autori che preferisco, ma possiamo dire che questa frase l’ha azzeccata alla grande.

Un modo efficace per dire che se vogliamo apprendere, migliorare, e raggiungere degli obiettivi, dobbiamo necessariamente spingerci fuori dai nostri abituali confini e sopportare il disagio che ne consegue. Se invece stiamo sempre lì nel nostro, a fare le cose che ci riescono meglio, magari ci sentiamo sempre rilassati e a nostro agio, ma poi il rischio è di non fare passi avanti.
Uscire dalla zona di comfort significa proprio questo: mettersi alla prova in situazioni che non conosciamo alla perfezione, che rappresentano una sfida, che non ci fanno stare del tutto tranquilli. Solo così si impara e si migliora.

Comfort zone

L’origine dell’espressione comfort zone non è molto chiara. Si tratta di un modo di dire abbastanza comune nella lingua inglese. Potrebbe essere stato utilizzato la prima volta per indicare quell’intervallo di temperatura – che è compreso tra i 19 e i 26 gradi – in cui generalmente le persone stanno bene, senza sentire né freddo né caldo.

La definizione di comfort zone su Wikipedia è questa:

una condizione mentale nella quale una persona prova un senso di familiarità, si sente a suo agio e nel pieno controllo della situazione, senza sperimentare alcuna forma di stress e ansia”.

Insomma, tipicamente quando siamo seduti sul divano di casa a guardare la nostra serie Tv preferita.

Ma anche se siamo in ufficio a svolgere del lavoro di routine. O se stiamo facendo la spesa al supermercato sotto casa.

Ora la domanda è: perché una persona dovrebbe desiderare di uscire dalla sua zona di comfort? Non stiamo forse bene facendo cose che ci mettono a nostro agio, senza stress, senza fretta, senza paura? Da un certo punto di vista senza dubbio si. Abbiamo bisogno di essere in quella zona per poterci rilassare e sentirci protetti e al sicuro.

Il problema però è che mantenersi sempre entro i confini della nostra zona di comfort non è molto salutare se cominciamo a ragionare in termini di prestazioni, produttività e obiettivi da raggiungere.


Comfort zone e stress

Il motivo per cui abbiamo bisogno di uscire dalla nostra zona di comfort è che finché restiamo lì le nostre prestazioni sono piatte. Non c’è curva di apprendimento, non c’è miglioramento.

Anders Ericsson studiando un gruppo di violinisti del Conservatorio di Berlino, aveva capito che ciò che distingueva un bravo violinista da uno eccellente era la quantità di pratica deliberata. Non una pratica qualunque, ma un esercizio intenso, svolto per lo più in solitudine e diretto in modo intenzionale a superare i propri limiti e punti deboli.

In altre parole, ad avere più successo erano i violinisti disposti a uscire dalla propria zona di comfort musicale, spingendosi ogni giorno un po’ oltre.

Spingersi oltre l’ambito in cui ci sentiamo sicuri e a nostro agio comporta sempre affrontare un po’ di fatica, insicurezza, stress.

Lo stress è la risposta del nostro organismo quando si sente messo sotto pressione da qualcosa. È una risposta a-specifica che si attiva ogni volta che per un motivo o per l’altro abbiamo la sensazione di dovere fare appello a tutte le nostre facoltà fisiche e mentali per cavarcela in una qualche situazione… che sia scappare da una tigre affamata o superare l’esame per la patente di guida.

Alasdair White, esperto di management e sottolinea il legame tra lo stress e la qualità delle prestazioni.

Quando siamo nella zona di comfort, siamo molto tranquilli e rilassati ma ci manca quello stimolo necessario a dare il meglio di noi stessi.
Se qualcosa ci pungola – una scadenza sul lavoro, una motivazione molto forte, un esame da superare, una meta da raggiungere, una minaccia da cui difenderci – ci troviamo spinti fuori dalla zona di comfort. Sperimentiamo in una certa misura stress, ansia, incertezza. Siamo particolarmente vigili e attenti. Questa è la zona ottimale di apprendimento, quella in cui siamo capaci di imparare cose nuove, di migliorare, di superare i nostri limiti.

Lo stress in questo caso è funzionale a rendere ottimali le nostre prestazioni. È la situazione in cui si trova lo studente preparato prima di un esame, o l’atleta prima di una gara. Lucido, concentrato, teso verso l’obiettivo.

Però se lo stress e il disagio superano il livello ottimale allora la situazione si ribalta: troppa insicurezza, troppa ansia portano a una situazione di panico in cui non si può più funzionare bene. Se l’ansia e la paura prendono il sopravvento, le nostre prestazioni calano. Sperimentiamo confusione, difficoltà di concentrazione, andiamo nel pallone.

Allargare la comfort zone

Cosa succede quando ci spingiamo fuori dalla zona di comfort e raggiungiamo la zona ottimale di apprendimento?

Le nostre prestazioni migliorano, può esserci un picco nel quale apprendiamo una nuova abilità, superiamo uno scoglio.

Poi ci abituiamo nuovamente. Abbiamo superato un limite. Ci siamo portati al livello successivo che a quel punto diventa parte della nostra zona di comfort.

È un po’ come guidare l’auto. Se sei con la tua macchina, quella che guidi da anni, ti senti sicuro e vai senza nemmeno pensarci. Se cambi auto – almeno a me succede così – c’è una fase in cui ti senti un po’ a disagio. Non conosci bene le misure della macchina nuova, non sai come risponde ai comandi.
Dopo un po’ che la guidi però ti diventa familiare e torni a sentirti comodo e rilassato. La tua zona di comfort si è allargata e adesso comprende la guida della tua nuova auto.

La cosa interessante è proprio questa: che la zona di comfort si può espandere. Quello che oggi ci mette a disagio, ci fa sentire insicuri e sotto stress, domani potrà farci sentire assolutamente tranquilli e padroni della situazione.

Per arrivarci però dobbiamo avere abbandonato la nostra comfort zone e accettare il disagio che questo comporta. Se non passiamo di qui, se cerchiamo di evitare sempre il disagio e l’insicurezza restiamo inchiodati dove siamo.
Un altro punto di vista

Brené Brown ha dato questa definizione di comfort zone:

Dove insicurezza, scarsità e vulnerabilità sono al minimo livello. Dove crediamo di potere avere accesso a una quantità sufficiente di amore, cibo, talento, tempo, ammirazione. Dove sentiamo di potere esercitare un certo controllo”.

Brené Brown dice che nelle situazioni di instabilità sociale, politica ed economica, la nostra comfort zone si restringe.

In queste situazioni abbiamo paura, ci sentiamo vulnerabili e spesso per evitare queste emozioni sgradevoli ci chiudiamo ancora di più dentro i nostri confini.
Ma questo non fa altro che peggiorare la situazione. Restringiamo i nostri confini proprio nelle situazioni in cui al contrario ci sarebbe bisogno di espanderli.
Proprio in tempi di crisi e di trasformazioni sociali abbiamo bisogno di inventarci qualcosa: uscire dai percorsi standard, che non offrono più le sicurezze di una volta, e aprirci a nuove possibilità da sperimentare accettando la paura che questa instabilità ci procura.


È meglio il diavolo che conosci

Nella lingua inglese c’è un’espressione che mi piace molto: better the devil you know – è meglio il diavolo che conosci.

Significa che certe volte preferiamo restare in una situazione negativa che però conosciamo molto bene piuttosto che rischiare di affrontare l’incertezza del cambiamento.

Questa è la trappola della zona di comfort. Non è detto infatti che nella nostra zona di comfort ci stiamo davvero bene. Qualche volta ci stiamo male, ma siamo per così dire a nostro agio nel disagio semplicemente perché ormai ci siamo abituati, ci è familiare, non ci richiede sforzi aggiuntivi.

Un esempio che mi viene in mente al riguardo è ritrovarsi a fare un lavoro che non ci piace e non fare niente per cercare di cambiare. Per paura, per insicurezza, perché mancano il coraggio e le energie per affrontare il cambiamento. Lo stesso può succedere nei rapporti di coppia, o nelle amicizie, quando si preferisce essere scontenti piuttosto che soli.

Può succedere di abituarsi a sentirsi in ansia, preoccupati, depressi al punto che questo modo di sentire diventa la nostra comfort zone. Si può arrivare ad avere paura di provare gioia perché non ci siamo abituati, non ci troviamo a nostro agio con i sentimenti positivi, ci fanno sentire strani, ci disorientano.

Ci sono persone che sembrano più felici nell’infelicità, che hanno sempre bisogno di lamentarsi o di preoccuparsi di qualcosa: questa è la loro zona di comfort.


6 insegnamenti per concludere

Questo concetto di zona di comfort è interessante perché ha diversi livelli di interpretazione.

Volendo riassumere per punti gli insegnamenti che possiamo trarre da questo articolo, io direi questo.

1. Per crescere, migliorare, imparare, raggiungere un obiettivo dobbiamo per forza uscire dalla nostra zona di comfort. La pretesa di muoverci sempre sopra un terreno stabile e ben battuto non ci porta lontano.

2. Per uscire dalla zona di comfort è necessario accettare e fronteggiare il disagio. Dobbiamo stare scomodi, fare fatica, sperimentare un po’ di insicurezza e di ansia per potere passare al livello successivo.

3. Se siamo disposti ad accettare il disagio e ci collochiamo all’interno della zona ottimale di apprendimento ci troveremo a migliorare le nostre capacità. Una volta ottenuto il miglioramento, l’ansia scomparirà, saremo nuovamente a nostro agio: abbiamo così allargato la nostra zona di comfort. Quello che ieri ci faceva sentire incerti e un po’ spaventati, oggi diventa normale e familiare. Ogni tanto è bello guardarsi indietro a ricordare tutte le cose che siamo riusciti a imparare e gli ostacoli che abbiamo superato.

4. A volte possiamo sentirci nella nostra comfort zone con situazioni (o sentimenti) che ci fanno soffrire. Possiamo restare bloccati in situazioni che non ci piacciono solo perché ci sono familiari. Possiamo essere così abituati a provare preoccupazione o tristezza da sentirci a disagio con le emozioni positive. In tutti questi casi la zona di comfort si trasforma in una vera e propria gabbia. Ci tiene inchiodati lì, perché non troviamo il coraggio di affrontare l’insicurezza e l’ignoto.

5. Uscire dalla comfort zone è in gran parte dei casi positivo: possiamo apprendere nuove abilità, nuove abitudini, migliorare le nostre prestazioni, trovare il coraggio di cambiare una situazione che in realtà non vogliamo. Occhio però che non dobbiamo sempre per forza spingere per superare i nostri limiti. Abbiamo bisogno anche di stare nell’agio, di sentirci al sicuro e protetti. Quindi sì: usciamo dalla zona di comfort, ma ricordiamoci che non dobbiamo essere sempre produttivi o tesi a imparare nuove cose. Ogni tanto abbiamo bisogno di tornare a casa.

6. fuori dalla nostra zona di comfort significa affrontare una certa dose di stress e ansia. Se questa aumenta oltre un certo livello, ci troviamo spinti ancora più in là, oltre la zona di apprendimento ottimale, in quella che Alasdair White ha definito panic zone. L’eccesso di stress o di pressione ci manda nel pallone. Qui non c’è apprendimento o miglioramento, c’è solo ansia e agitazione. È chiaro che si tratta di limiti del tutto soggettivi, diversi per ognuno di noi. Quindi dobbiamo imparare a capire di volta in volta dove sta il limite oltre il quale andiamo inutilmente nel panico e fare, se lo riteniamo necessario e per un certo periodo, un passo indietro se sentiamo di essere andati troppo oltre.

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La giornata della Terra, la giornata della nostra unica casa.

Premetto che sono sempre stato stranamente “allergico” alle giornate commemorative, di qualsiasi tipo esse siano.

Credo invece che ogni giorno sia quello giusto per ricordare, per essere più consapevoli, per mettere in moto le giuste cause che, di conseguenza, produrranno degli etici e positivi effetti.

Oggi è la giornata mondiale della Terra, della nostra casa, del luogo che lasceremo in eredità alle generazioni future quindi, seppur brevemente, scriverò qualcosa anch’io:

Insegnate ai vostri figli che la Terra è la madre di tutti. Tutto ciò che capita alla Terra capita anche ai suoi figli. Sputare a Terra è sputare su sé stessi. La Terra non appartiene all’uomo, è l’uomo che appartiene alla Terra. Tutto è collegato, come il sangue che unisce una famiglia. Ciò che capita alla Terra, capita anche ai figli della Terra, a noi ora e alle generazioni che verranno dopo di noi”.

Terapia cognitivo comportamentale:5 tecniche per favorire la positività

I pensieri negativi possono ostacolare o rallentare il miglioramento degli stati depressivi, e la ragione è ovvia: se si hanno dei pensieri negativi, è più probabile sentirsi depressi. Ma ciò che è meno ovvio è il modo in cui le persone depresse affrontano le emozioni positive. I ricercatori hanno da tempo fatto una sorprendente scoperta: le persone che soffrono di depressione non mancano di emozioni positive, semplicemente non permettono a se stesse di provarle.

Questo stile cognitivo è definito “smorzamento”, sostiene Chloe Carmichael, una psicologa clinica e ricercatrice di New York. Esso si riferisce alla soppressione delle emozioni positive con pensieri quali, “non merito di essere così felice”, oppure “quest’emozione positiva non durerà”. Per esempio, una neo-mamma con depressione post-partum potrebbe dire a se stessa di non meritare di guarire perché è una madre cattiva, in primo luogo perché è depressa. Ma perché le persone con depressione pensano in questo modo? Carmichael chiama in causa il pessimismo difensivo, una specie di protezione contro l’eventuale delusione derivante dall’avere troppe speranze.

Come sostiene la psicologa americana, “dal momento che non vuoi sentirti uno stupido, ricorri allo smorzamento dei pensieri positivi per proteggerti dalla delusione potenziale”.

Come può la terapia cognitivo-comportamentale intervenire sui pensieri negativi della depressione?

La terapia cognitivo-comportamentale (TCC) si è rivelata estremamente efficace nel trattamento della depressione.

Nella TCC, il paziente e il terapeuta operano insieme nell’identificazione dei pattern di comportamento che necessitano di essere modificati. L’obiettivo è di ricalibrare la parte del cervello che sta mantenendo la presa sui pensieri più positivi. “Una reazione inaspettata a un evento di vita importante potrebbe essere alla base dell’effetto di smorzamento”, sostiene Carmichael.

Attraverso la TCC, il paziente e il terapeuta affrontano questo evento e lavorano insieme per metterlo in prospettiva”.

Regolari sedute di TCC, di mindfulness, insieme al lavoro che il paziente farà al di fuori della terapia, possono aiutare a trovare e rinforzare nuovi pattern. Essere in grado di riconoscere i pensieri negativi e lasciarseli alle spalle può essere molto liberatorio.

5 tecniche cognitivo-comportamentali per contrastare i pensieri negativi della depressione

Ho notato che le persone con depressione raramente rispondono bene a terapie ed esercizi effettuati da auto-didatti. Per questa ragione, raccomando di intraprendere un percorso di TCC e di mindfulness per un lasso di tempo da concordare in base alle personali esigenze. Il terapeuta insegnerà al paziente le strategie cognitivo-comportamentali che possono aiutarlo a contrastare i pensieri negativi associati alla depressione. Il terapeuta potrà anche aiutare il paziente ad essere costante nell’applicazione delle tecniche. Ecco cinque strategie cognitivo-comportamentali che potrebbero essere applicate durante il lavoro con il terapeuta:

✔️1# Localizzare il problema e identificare soluzioni Prendere giornalmente delle annotazioni e parlarne con il terapeuta può aiutare a scoprire la base della depressione. Una volta identificato un problema, scrivi con frasi semplici ciò che ti preoccupa e pensa ai modi per risolvere il problema. Un tratto distintivo della depressione è il sentimento di disperazione, una assoluta sfiducia che le cose possano cambiare. Ciò si traduce in genere anche nell’impotenza appresa, la quale porta a non fare nulla per cambiare lo stato delle cose. Scrivere un elenco di cose che si possono fare per migliorare una situazione può contribuire ad alleviare i sentimenti depressivi. Se per esempio si sta combattendo la solitudine, si potrebbero fissare delle soluzioni quali aderire ad un circolo riguardante i propri interessi o iscriversi a siti per incontri on line.

✔️2# Scrivere frasi da dire a se stessi per contrastare i pensieri negativi Dopo aver localizzato la base della depressione, identificare i pensieri negativi che vengono usati per smorzare quelli più positivi. Scrivere quindi delle frasi da dire a se stessi per contrastare i pensieri negativi. Memorizzare questa frasi e ripeterle a se stessi tutte le volte che si noterà quella vocina nella mente che fa di tutto per spegnere i pensieri positivi. Con il tempo si creeranno nuove associazioni mentali, sostituendo i pensieri negativi con quelli positivi. Carmichael suggerisce che queste frasi non dovrebbero essere troppo lontane dai pensieri negativi, altrimenti la nostra mente non le accetterebbe. Se per esempio il pensiero negativo è “Sono così depresso in questo momento”, piuttosto che dirsi “sono così felice in questo momento” una frasi migliore potrebbe essere “ogni vita ha degli alti e dei bassi, e così anche la mia”. A volte le frasi da ripetersi diventano troppo routinarie e necessitano di essere aggiornate. Carmichael suggerisce di tradurre le frasi in un’altra lingua conosciuta, oppure di riformularle.

✔️3# Trovare nuove opportunità per avere pensieri positivi Se entrando in una stanza pensi “odio il colore delle pareti”, potresti invece localizzare il più velocemente possibile cinque cose nella stanza che ti fanno stare bene. Imposta il tuo telefono in modo da ricordarti tre volte al giorno di riformulare i tuoi pensieri in qualcosa di positivo. Carmichael suggerisce di farlo insieme a qualcun’altro che utilizzi la stessa tecnica. In questo modo tu e il tuo compagno potreste trarre giovamento dall’avere pensieri ed esperienze positive da condividere reciprocamente durante la giornata.

✔️4# Termina ogni giornata visualizzando le sue parti migliori Alla fine di ogni giornata, scrivi o posta online le cose per le quali sei più grato nella tua vita. Fissare i pensieri positivi e condividerli può aiutarti a formare nuove associazioni nella tua mente o creare nuovi percorsi. Chi crea una nuova associazione di pensiero, al risveglio può passare dal pensare “Uff, un’altra giornata di lavoro” al pensare “Che belle giornata che è”.

✔️5# Impara ad accettare la delusione come una normale parte della vita Le delusioni sono parte della vita, e il modo in cui reagisci ad esse può influenzare quanto velocemente le superi. A seguito della rottura di una relazione, qualcuno potrebbe incolparsi e magari iniziare ad aumentare di peso, pensando “a cosa serve essere di bell’aspetto? Non incontrerò mai qualcun’altro”. Un approccio migliore potrebbe essere permettere a te stesso di sentirti deluso e ricordare che alcune cose sono fuori dal tuo controllo. Prova a lavorare su ciò che è sotto il tuo controllo: scrivi cosa è successo, cosa hai imparato dall’esperienza, e cosa puoi fare in maniera differente la prossima volta, cercando di monitorare l’eccesso di pensieri negativi.

👉Queste 5 tecniche possono aiutarti ad andare avanti e a sentirti meglio ora e in futuro.

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HSP: “HIGHLY SENSITIVE PEOPLE”PERSONE ALTAMENTE SENSIBILI

Agli inizi degli anni ’90 la dott.ssa americana Elaine Aron (psicologa e psicoterapeuta), studiando le personalità simili alla sua, rilevò una serie di caratteristiche che fino ad allora non erano mai state accomunate tra loro in un unico specifico tratto.

Nel 1996 diede alle stampe il libro The Highly Sensitive Person, nel quale definì per la prima volta una parte di popolazione avente una “aumentata sensibilità alle stimolazioni interne ed esterne” e con una “maggiore percezione dei dettagli ed una capacità di elaborazione delle informazioni più profonda e riflessiva”.

Un anno dopo, nel 1997, Elaine e suo marito dr. Arthur Aron (neurologo) identificarono l’ipersensibilità come Sensory Processing Sensitivity, definito come un tratto di personalità che comporta una innata ed elevata sensibilità agli stimoli, una maggiore profondità di elaborazione cognitiva ed un’alta reattività emotiva. La presenza di questo tratto di personalità identifica una “Persona Altamente Sensibile” (Higly Sensitive Person – HSP).

Gli studi della dott.ssa Aron hanno evidenziato come le persone dotate di questo tratto siano stimabili tra il 15% ed il 20% della popolazione mondiale, e come tale caratteristica sia presente anche in altre specie animali. Ciò significa un numero di persone troppo elevato per essere considerato un disturbo, ma troppo piccolo per essere compreso dalla maggioranza degli altri.

L’ipersensibilità, come detto, è un tratto di personalità innato (come nascere con gli occhi blu o i capelli neri), ed è dovuto ad una predisposizione genetica (è stata riscontrata una maggiore attività dei neuroni specchio nelle Persone Altamente Sensibili).

Quali sono le caratteristiche delle Persone Altamente Sensibili (Higly Sensitive People), o HSP?

Le HSP sono in grado di percepire e processare molti più dettagli del normale dall’ambiente circostante, pertanto la loro attenzione è perennemente concentrata all’esterno. Una delle maggiori conseguenze è che molto spesso arrivano a percepire le emozioni altrui anche più delle proprie, infatti sono particolarmente empatiche e tendono a non concentrarsi sulle proprie esigenze e sensazioni.

Questa maggior percezione dei dettagli da parte delle HSP le fa spesso apparire come particolarmente intuitive, in realtà questo “intuito” altro non è che la maggiore elaborazione che il loro cervello fa di questi dettagli (spesso in modo inconscio).

L’elevata empatia di cui dispongono li porta spesso a voler fare del bene al prossimo, ad avere una spiccata coscienza etica e ad essere degli ottimi amici/confidenti, in quanto difficilmente sono portati a giudicare gli altri. Sono inoltre molto intolleranti verso le ingiustizie, dato che si immedesimano particolarmente nelle situazioni.

Mostrano spesso interesse per gli aspetti spirituali della vita, più che per quelli materiali.

Sono attratti dall’arte e dalla musica, che possono produrre in loro emozioni molto più forti che nelle altre persone, e possono manifestare un talento creativo.

Riescono a vedere gli sviluppi futuri di situazioni che sono solo all’inizio prima di tutti gli altri.

Le HSP preferiscono osservare dall’esterno una situazione per un certo tempo, in modo da coglierne tutti gli aspetti, prima di entrarci.

Percepiscono facilmente tutti gli elementi che caratterizzano un ambiente come amichevole od ostile (ad esempio sono in grado di “sentire” entrando in una stanza se qualcuno ha appena litigato anche se nessuno ha ancora parlato).

Hanno molta immaginazione e fantasia, e sono portate a rimuginare molto su ogni singolo pensiero.

Le HSP sono portate a reagire anche fisicamente agli stimoli, con battito accelerato, tremore, arrossiscono e possono manifestare elevata sensibilità a forti rumori, luce eccessiva o situazioni particolarmente caotiche in generale che esauriscono rapidamente le loro energie.

L’ipersensibilità si può evidenziare anche verso alcune sostanze stimolanti, come la caffeina.

Le HSP sono spesso perfezioniste, curano ogni dettaglio e non accettano di fare le cose “tanto per fare”.

Sono molto brave nel riconoscere la personalità e le caratteristiche degli altri già a prima vista, dato che sono in grado di comprendere il linguaggio non verbale con estrema facilità.

La loro maggior capacità di percezione degli stimoli esterni e di elaborazione, le porta ad avere necessità di un ritmo più lento. Andare di fretta può causare loro una sensazione di perdita del controllo ed a volte tendono ad isolarsi ed a prendersi delle pause per “ricaricarsi”.

Le HSP faticano a comprendere perché le altre persone non reagiscono allo stesso modo, ma anzi dimostrano un atteggiamento superficiale o indifferente e non percepiscono le cose con la loro stessa profondità.

Faticano a stare entro schemi prestabiliti, come ad esempio quando si deve fare qualcosa “per forza”, e mal tollerano la pressione per rispettare una determinata tempistica.

Avvertono molto il giudizio degli altri, sono sensibili alle critiche e tendono a produrre performance peggiori quando sono strettamente giudicate o controllate.

È sbagliato assimilare l’ipersensibilità all’introversione, in quanto è stato riscontrato che circa il 30% delle HSP siano in realtà estroverse. Inoltre esiste una parte di persone altamente sensibili che vanno alla ricerca di emozioni particolarmente forti (detti High Sensation Seekers).

Le HSP manifestano un’elevata lucidità di analisi in ogni situazione e sono molto consapevoli delle proprie azioni, in quanto sono portati a pensare e a prevedere tutte le possibili conseguenze. Per questo a volte possono faticare a prendere delle decisioni.

Sono molto legate alla natura e al mondo animale, dai quali traggono energie positive.

Sono in grado di amare molto profondamente, creando dei legami davvero unici, e difficilmente si accontentano di relazioni superficiali.

In definitiva secondo le ricerche di Elaine ed Arthur Aron, le HSP si contraddistinguono attraverso le caratteristiche riassunte dall’acronimo D.O.E.S.:

✔️Depht of processing (profondità dell’elaborazione)

✔️Overstimulating (sovrastimolazione)

✔️Emotional Reactivity / Empathy (reattività emozionale / empatia)

✔️Sensitive to subtleties (sensibilità per i dettagli)

Riflessioni sulla personalità delle Persone Altamente Sensibili

L’ipersensibilità si riscontra indifferentemente in uomini e donne, è presente fin dalla nascita e non può essere cambiata o “spenta”. Tuttavia, al contrario delle caratteristiche genetiche esteriori, può essere nascosta o, nel peggiore dei casi, repressa. Non ha nulla a che vedere con le preferenze sessuali e non definisce la forza o la debolezza della personalità di una persona.

Non esiste una persona altamente sensibile uguale ad un’altra, le caratteristiche dell’ipersensibilità si manifestano ognuna con un’intensità diversa in base al genere, all’età ed alle esperienze vissute da ognuno.

L’ipersensibilità di per sé non è né positiva, né negativa. È semplicemente un tratto di personalità che, insieme a tutti gli altri, contribuisce a definire il carattere di una persona. È l’ambiente nel quale si vive che definirà se questa caratteristica verrà vissuta positivamente o negativamente da chi la possiede. È chiaro che se fin da bambini non si vede accettata questa maggiore sensibilità perché, magari nel caso di un bambino, viene considerata “da femminuccia” e quindi non si è liberi di esprimerla, si tenderà a reprimere questo aspetto generando dei conflitti interiori.

Le persone ipersensibili, a causa della loro elevata empatia, tendono spesso a sostituire le proprie emozioni e sensazioni con quelle che percepiscono dall’esterno, facendo proprie quelle altrui. È importante per loro riuscire a gestire la distanza con gli altri, riportando l’attenzione all’interno di sé e ponendo dei limiti e dei confini nei rapporti con gli altri.

Se state leggendo questa pagina, probabilmente anche voi siete HSP, e vi siete sicuramente rivisti in molto di quello che ho scritto.

NON ESISTE UNA PILLOLA MA L’ACCETTAZIONE È LA CURA!

Le HSP, tendono a non vedere un dono queste loro qualità ma, al contrario, in alcuni casi percepiscono questa ipersensibilità come una sorta di condanna! Niente di più sbagliato! Attraverso un percorso che ci permetta non solo di accettare questo regalo che l’universo ci ha fatto ma, di abbracciarlo e accettarlo come parte di noi, ci permetterà di vivere una vita più piena; come si dice: “con una marcia in più”

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Spirito e Amore

Quando lo Spirito e l’Amore si materializzano vicendevolmente, entrambi divengono immortali

Dedica di Gustavo Adolfo Rol

Alcuni sensi di colpa ci rubano le energie!

Il nostro compito è liberarcene, per “sfruttare” al meglio il nostro potenziale

I sensi di colpa sono il principale strumento di tortura che le persone si autoinfliggono.

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Come affronti i momenti difficili?

Di tanto in tanto tutti dobbiamo affrontare dei momenti difficili, fa parte della vita.

A volte queste difficoltà dipendono da situazioni fuori dal nostro controllo, a volte sono una diretta conseguenza delle nostre decisioni.

In entrambi i casi la nostra risposta è generalmente la stessa: sprofondiamo nella preoccupazione.

Ogni qual volta che devi affrontare un momento difficile, ti consiglio di porti una serie di domande che ti permetteranno di cambiare il tuo punto di vista sulla situazione.

Sto respirando?

A volte l’unica cosa che puoi fare è respirare. Quando lo stress e l’ansia sono così grandi che ti paralizzano, concentrarsi sul respiro è il primo passo per ritrovare la serenità.

Come mi sento?

Prendere le decisioni quando siamo sopraffatti emotivamente, non è una scelta saggia.

Qual è il grado di responsabilità che ho?

Non si tratta di incolparsi, ma determinare le responsabilità. Non è una mera disquisizione terminologica, ma implica un profondo cambiamento di prospettiva.

Cosa posso controllare?

Il controllo pone le sue radici nella rigidità, sentiamo il bisogno di controllare tutto perché vogliamo muoverci in spazi e relazioni già conosciute e in qualche modo familiari… Tuttavia, in realtà molte cose sono fuori dal nostro controllo.

Ciò che mi preoccupa ora, sarà importante nei prossimi 5 anni?

Assorbiti nelle nostre attuali preoccupazioni, perdiamo spesso la prospettiva del futuro.

Cosa posso imparare?

Ogni difficoltà può insegnarci una lezione. Forse in un primo momento non la si vede, ma quando il tempo passa si noterà che questo problema ci ha probabilmente aiutato a diventare una persona più resistente. La differenza la fa l’approccio al problema.

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Fermati, anche per poco e rilassati!

Lo so, lo so…ti hanno sempre detto il contrario, ma a me, questa cosa dell’importanza del non fermarsi mai davanti a niente e a nessuno, perché non è pensabile, non convince molto🤔

Andare avanti a muso duro, facendo finta che tutto sia a posto solo perché qualcuno ti ha detto che così si fa, anche se l’unica cosa che vorresti fare è fermarti, fosse anche solo per qualche giorno, potrebbe rivelarsi deleterio per te e per chi ti sta accanto.

👉 Ci sono diversi studi che hanno dimostrato come le persone riescano a trovare le soluzioni migliori quando non sono concentrate sul problema, quando la mente è impegnata a fare altro o non è impegnata affatto.

🏀 Phil Jackson, uno dei coach dell’NBA che ha collezionato più titoli allenando i Bulls di Michael Jordan e i Lakers di Kobe Bryant, diceva che, in molti casi, la soluzione migliore per risolvere qualsiasi problema fosse proprio quella di fermarsi e non fare niente, perché ‹‹quando alla mente viene dato il tempo di rilassarsi, spesso ne segue l’ispirazione giusta››.

❌ Se il tuo lavoro non ti soddisfa più, insistere su quello fai anche se non ti va più bene oppure frequentare l’ennesimo corso per trovare un’altra occupazione o per cambiare ruolo, quando forse non hai ancora ben chiaro cosa tu voglia davvero fare, probabilmente non ti sarà d’aiuto.

Non sempre fare qualcosa purchessia è la strada migliore da prendere: se senti il bisogno di fermarti, fermati.

✔ Magari, durante la tua pausa, potresti capire che studiare o insistere sono le soluzioni migliori per la tua situazione oppure che l’insoddisfazione era una sensazione momentanea e che avevi solo bisogno di staccare.

Oppure, ancora, ti verrà in mente qualcos’altro di nuovo, di più “rivoluzionario”, come investire su di te in un percorso che ti aiuti a capire davvero quale sia la tua direzione, il tuo scopo, la strada lavorativa e di vita migliore per te 😊

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Un altro articolo che parla del mio lavoro su CDN- News 30

Felicissimo e piacevolmente sorpreso dell’articolo che ha descritto benissimo il mio lavoro di life e mental coach. È stata una piacevole sorpresa e ringrazio i redattori di Cdn-news 30

https://cdn-news30.it/life-mental-coach-segreto-successo-star/

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