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Si legge catcalling, si chiama molestia

In questi ultimi giorni è ritornato in voga più che mai il dibattito sul triste fenomeno del catcalling. Questa esplosione di interesse generale al tema è partita dalle stories su Instagram di Damiano Er Faina, il quale con nonchalance si è espresso con entusiasmo a favore del catcalling, sostenendo che non ci fosse alcun problema nel fischiare ad una ragazza per strada con tanto di urlo finale “Aaa bella”.

Il fischio che di solito viene riservato ai nostri fedeli barboncini domestici, secondo l’influencer in questione è una pratica normale che non dovrebbe recare fastidio a nessuna donna. Sorvolando sul discorso della responsabilità sociale che una persona con 1mln di followers (tra l’altro molti dei quali giovani) dovrebbe avere, mi soffermerò sulla molestia di strada di per sé: in particolare sui fischi, il suono del clacson e i bacetti indesiderati… Fischiare è di per sé un atto generalmente dedicato agli animali e non di certo alle persone, non comprendo dunque il gesto di fischiare ad una persona, al di là del fatto che sia uomo o donna: alle persone non si fischia, le si chiama per nome. Il fischio è una vera e propria mancanza di rispetto che spersonalizza l’individuo in questione e lo mette in imbarazzo, in qualsiasi contesto o luogo è una cosa da non fare, ciò a mio avviso supera anche il concetto “uomo – donna”, è una cosa universale – ergo vale per tutti. Per non parlare del suono del clacson, quest’ultimo atto indegno che purtroppo riguarda soprattutto le donne… questo richiamo sonoro (indesiderato) con tanto di commenti volgari che ricorda molto quelle dinamiche da medioevo: la donna sotto il controllo dell’uomo, il corpo femminile puramente strumentale al piacere maschile.

Stesso concetto vale per i bacetti lanciati per strada anch’essi solitamente dedicati agli animali domestici, rientrano nella logica del possesso e dell’oggettificazione sessuale della donna, come se quest’ultima non possedesse una testa e una sua personalità.

Sullo sfondo di tutte queste molestie di strada al limite della decenza, l’Italia è uno dei pochi paesi civili a non avere una legge che tuteli le vittime di catcalling. In Francia è reato, stessa cosa nelle Filippine e in alcuni stati degli Stati Uniti. E non solo, è punibile legalmente anche in Belgio e in Portogallo. L’Italia purtroppo come in molte altre battaglie per i diritti (vedi la legge Zan) è rimasta indietro di molti anni, queste richieste sacrosante per la sicurezza di tutti, sono infatti considerate superflue e non strettamente necessarie. Mi ritornano in mente le parole di Sara Grama, intervistata qualche giorno fa da Propaganda Live La7, parlando di Ius Soli e Ius Culturae ha detto : “E’ sempre un buon giorno per occuparsi di diritti”. Non posso che non darle ragione, ci saranno sempre questioni più grandi, problemi più grandi… ciò non vuol dire che non dobbiamo più occuparci dei diritti delle persone, i paesi civili si fondano sui diritti e sulla garanzia di questi ultimi. Mi auguro infatti che si cominci a parlare sempre di più dei diritti e in particolare che la sinistra di questo paese riprenda in mano il tema che da troppo tempo ha perso di vista.

Abbiamo bisogno di una classe dirigente che sia in grado di captare i malesseri del nostro tempo, anche quelli morali e personali. Le persone vivono anche e soprattutto di individualità, modo di essere ed espressività: non possiamo pensare di non tutelare queste sfere essenziali della vita.

Allo stesso modo però abbiamo anche bisogno di “ rieducare “ noi stessi, i nostri comportamenti e per farlo abbiamo bisogno di saper entrare in empatia con gli altri, dobbiamo sentire la necessità di dare il giusto peso alle parole e ai gesti che compiamo.

La politica si muova al passo con i tempi, le legislazioni cambino a seconda del periodo storico, abbiamo bisogno di leggi contro le molestie di strada tanto quanto come quelle contro le discriminazioni nei confronti della comunità Lgbtq+… È sempre un buon giorno per occuparsi di diritti, cominciamo da oggi e cominciamo partendo da noi.

Grazie a chiunque vorrà aderire anche solo condividendo. La sensibilizzazione su queste tematiche è una cosa che ci fa onore e ci rende degli esseri umani migliori.

Chi ci governa, la paura o la fiducia?

Due potenti consiglieri che forse possono convivere?

Quando sono in equilibrio dinamico ci aiutano a percorrere una vita intensa, emozionante e felice. Sono radicate in aree precise del cervello, nell’amigdala, con ricchissime connessioni con altre regioni della mente.

La paura è alleata della vita, e della salute fisica e mentale, quando è autoprotettiva. Quando, in dosi adeguate e flessibili, ci consente di modulare l’impulsività, e le passioni che la sottendono; di agire dopo aver ben valutato rischi e pericoli del nostro comportamento, il tipo di conseguenze che un’azione comporta e la loro possibile reversibilità o meno.

Che si tratti del rischio di cadute negli sport, di incidenti alla guida o di delusioni di varia intensità nel grande regno dell’amicizia, dell’amore, del lavoro. Allenarsi a coltivare una paura amica, mentre ci sperimentiamo nella vita sociale, è una parte indispensabile del processo di crescita personale.

Giusta dose, non eccessiva. Troppa paura, paralizzante e sottilmente autodistruttiva, può portare alla morte psichica ma anche relazionale. Soprattutto chiunque, per genetica e temperamento tende a evitare ogni minimo rischio come succede nei cosiddetti “harm–avoidant”, bimbi che rifuggono da ogni pericolo. Bambini “comodi”, perché non si cacciano nei guai, possono diventare adolescenti problematici – perché dominati da ansia e paure, intense fino alle fobie – e adulti tristi, imprigionati dalla loro stessa angoscia di vivere.

Quando siamo dominati dalla paura, anche da adulti tendiamo a chiuderci in noi stessi, nelle nostre case, nelle nostre città, con orizzonti in retrazione, sempre più limitati. Sempre sulla difensiva, viviamo in grigio, invece che a colori. Finendo per vivere da morti, prima di morire.

L’eccesso di fiducia è ugualmente pericoloso.

Può avere motivazioni diverse: dal bisogno di sentirsi amati a ogni costo o di essere accettati in un gruppo a qualsiasi condizione pur di sentirsi “parte di”, dalla sopravvalutazione delle proprie capacità nel lavoro, nello sport così come nella vita (presunzione oggi diffusa e rischiosissima), dal bisogno continuo di emozioni e sperimentazioni, come succede nei giovani “sensations/emotions seekers”, che rischiano incidenti gravi con danni irreversibili o fatali proprio perché sempre temerariamente oltre i propri limiti.

L’allenamento a questa danza sottile tra paura e fiducia dura in realtà tutta la vita.

Ognuno di noi può in questo momento ricordare situazioni e scelte in cui l’eccesso dell’una o dell’altra ci ha portato a errori gravi o sull’orlo del baratro. Ognuno di noi conosce bene le cicatrici – visibili e invisibili – che questi errori lasciano nel corpo e nell’anima.

Certo, si apprende molto attraverso gli errori. A due condizioni: analizzarli con la giusta autocritica da un lato, ma anche essere aiutati, nel processo di crescita, a poter fare errori reversibili o recuperabili, con affettuosa attenzione.

La grande sfida, è aiutare pian piano le persone dominate dalla paura ad avere coraggio. Talento fragile in essi abbisogna di dolcezza, di ostacoli gradualmente proporzionati alle loro capacità, senza umiliarli con insulti o con paragoni schiaccianti, con deleterei esempi di persone più attivamente propositive, spacciando tali esempi come riferimenti da seguire o peggio, da imitare.

MA NOI NON SIAMO LA FOTOCOPIA DI NESSUNO, SIAMO UNICI ED IRRIPETIBILI, SIA NELLE NOSTRE PAURE, SIA NEI NOSTRI PUNTI DI FORZA.

Per le persone impulsive e affamate di emozioni, con eccesso di fiducia nelle proprie capacità, la sfida è allenarli a provarsi sì con la vita, ma aiutandoli a riconoscere i propri limiti e a coltivare la prudenza, talento in loro fragilissimo.

Coraggio e prudenza sono gli altri due consiglieri amici dell’esistere consapevole.

Quanto pesano, oggi, nella nostra vita, paura e coraggio, prudenza e fiducia? Conversiamo con altre persone, con conoscenti, amici, famiglia, su questi aspetti cardinali dell’esistenza. Prudenza che anch’io guardavo con sospetto ma che, nell’ età più adulta mi è diventata amica e consigliera.

Non ha limitato la fiducia: l’ha resa più lucida. Non ha limitato il coraggio: l’ha reso più efficace. Non ha limitato la paura: l’ha resa una valida consigliera.

È un apprendimento continuo, al servizio di un’energia vitale luminosa, forte e tenera, ancora più profondamente innamorata della vita.

Ma, domanda finale. Possono convivere insieme questi consiglieri, all’apparenza così distanti, così diametralmente diversi per aiutare la vasta galassia delle nostre relazioni, del nostro lavoro, più in generale della nostra vita?

SI, io credo proprio di sì! ( con riserva ) ☺️

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