L’attitudine alla felicità è un diritto ma va allenata con costanza e forza di volontà!

Il miglior modo per renderti conto se stai vivendo al meglio la tua vita è realizzare la tua concezione personale di felicità. Lo sapevi che puoi imparare ad essere più felice e soddisfatto in tutto quello che fai? Ecco come diventare felici…

La felicità nella vita è come un buffet. Se 100 persone andassero a un buffet e mettessero nel proprio piatto il cibo che preferiscono, ogni piatto sarebbe diverso. Anche per la felicità vale lo stesso concetto: ciascuno di noi ha bisogno di una particolare combinazione di “ingredienti” per raggiungere la felicità e l’autorealizzazione. E questa miscela cambia continuamente con il passare del tempo.

Ogni giorno SOLO TU puoi dire cosa ci vuole per farti felice. La felicità ha le sue cause all’interno di noi stessi prima ancora di essere influenzata dai fattori esterni. Pertanto l’unico modo per giudicare se un lavoro, una relazione, un investimento, o qualsiasi decisione, è giusto per te è quello di entrare in contatto con i tuoi sentimenti e ascoltare il tuo cuore.

Sii sincero con te stesso e segui la tua “voce interiore”. Per diventare la persona migliore che puoi essere devi avere il coraggio e la forza di permettere che la tua propria definizione di felicità, qualunque essa sia, sia il faro che guida ogni area della tua vita.

La felicità secondo Martin Luther King

Mi piace molto questa celebre frase di Martin Luther King:

Se non puoi essere un pino sulla vetta del mondo sii un cespuglio nella valle, ma sii il miglior piccolo cespuglio sulla sponda del ruscello. Sii un cespuglio se non puoi essere un albero. Se non puoi essere una via maestra, sii un sentiero. Se non puoi essere il sole, sii una stella; non con la mole vincerai o fallirai. Cerca ardentemente di scoprire a cosa sei chiamato e poi cerca di essere quello e basta. Ma qualunque cosa tu sia, sii sempre il meglio”.

Un punto molto importante è che tu MERITI di essere felice. La felicità è un tuo diritto: non è solo per pochi e nemmeno solo per i “meritevoli. La felicità è per tutti noi, come l’aria che respiriamo. Noi diamo l’aria per scontata: essa non deve essere meritata, è tua: tu ne hai diritto. E’ lo stesso con la felicità. Accetta l’idea che meriti veramente tutta la felicità che puoi raggiungere onestamente attraverso l’applicazione dei tuoi talenti. Quanto più ti piaci e rispetti te stesso, tanto più meritevole ti sentirai delle cose belle della vita. Se ti convincerai di meritare il meglio, aumenterai di molto le probabilità di ottenere e conservare nel tempo la felicità che desideri.

Come essere felice: la prima regola

Lavora prima su te stesso: TU sei la persona più importante della tua vita. Voler essere felici e realizzati non significa essere egoisti. Non sentirti in colpa per il fatto che vuoi migliorare prima di tutto te stesso, invece di pensare prima agli altri. D’altra parte se non aiuti prima di tutto te stesso non sarai mai in grado di aiutare gli altri.

Fai della felicità il principio organizzatore della tua vita. Chiediti sempre se le azioni che compi e le decisioni che prendi ti rendono felice o infelice. Regolati di conseguenza in base alle tue risposte.

Paga il prezzo del successo in anticipo: accetta le delusioni intermedie e le difficoltà temporanee pensando che sono necessarie per realizzare una felicità molto più grande nel lungo termine.

Le tre azioni per diventare felici

Ecco ora tre AZIONI che puoi intraprendere ADESSO per mettere in pratica queste idee:

1. Accetta il fatto che ti meriti tutta la gioia e la felicità che puoi raggiungere grazie ai tuoi sforzi.

2. Organizza la tua vita intorno alla tua definizione personale di felicità e giudica tutte le situazioni in base a tale standard.

3. Sii disposto a lavorare duramente su te stesso e a pagare il prezzo per la soddisfazione e le ricompense che desideri. Abituati a “fare un miglio in più” (fare di più di quello che ti viene richiesto) ed il tuo successo sarà assicurato.

Come essere felici. Due citazioni!

Concludo con le mie due citazioni preferite riguardo alla felicità:

Non è possibile essere felici e basta, ma si può imparare a fare le cose con gioia. Vivere nella felicità significa prestare attenzione a ciò che si sta facendo e trarne godimento. Non è che improvvisamente succede qualcosa di magico, e… puff! siete felici. Si impara ad essere felici fermandosi ad annusare le rose lungo il sentiero della vita, ma bisogna anche godersi il guardarle, il toccarle, il camminarvi vicino e tutto il resto. Potete imparare a godere di qualsiasi cosa. Potete imparare ad amare, dormire, alzarvi, preparare la colazione e andare a lavoro. Più cose imparate a rendere piacevoli, più la vita si farà gioiosa”.

Richard BANDLER

La felicità è un modo di interpretare il mondo e i suoi eventi. La felicità è condurre un’esistenza dai VALORI EQUILIBRATI. E’ il saper essere contenti dei propri compiti quotidiani. La felicità è un’esistenza vissuta bene e colma di persone di un certo spessore. La felicità è l’attività che ha uno SCOPO. E’ amore messo in pratica e può essere provata solo nel momento PRESENTE

Jim ROHN

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Carpe diem ossia, vivi il presente!

Già nell’Antichità era nota l’importanza di vivere pienamente l’istante presente: nelle Odi, il Poeta latino Orazio scriveva “carpe diem”, letteralmente “cogli il giorno”, troppo liberamente tradotto in “cogli l’attimo”, anche se la traduzione più appropriata sarebbe “vivi il presente”.

Tuttavia, ciò che accade molto spesso a tutti è di essere più concentrati su quello che avverrà in futuro, talvolta provando ansia nell’attesa di un possibile evento spiacevole. Altre volte ripensiamo con nostalgia, tristezza, rimpianti e rimorsi a quello che è già accaduto, sperimentando l’impotenza di non poter agire per cambiare il passato.

Eppure l’unico tempo in cui stiamo effettivamente vivendo è il presente, il “qui e ora”: in questo tempo possiamo sentire, decidere, agire, non agire… in una parola: vivere!

Per questo è importante essere pienamente consapevoli del momento presente, dargli valore e concentrarsi di più e meglio su quello che c’è, anziché su ciò che non c’è.
Il senso dell’attualità non è altro che l’apprezzamento che ogni evento accade nel presente. Quindi, come diceva F.Perls (1947) «non c’è altra realtà che il presente» e ancora «per me nulla esiste eccetto l’adesso. Ora-esperienza-consapevolezza-realtà. Il passato non è più, il futuro non è ancora».

Ciò non corrisponde ovviamente alla negazione del passato e del futuro, dimensioni che nel presente conservano un autentico significato. Laura Perls (1992) afferma che «quanto esiste, esiste qui ed ora, il passato esiste ora come memoria, nostalgia, rimpianto, risentimento, fantasia, leggenda o storia. Il futuro esiste qui e ora nel presente attuale come anticipazione, pianificazione, saggio, aspettativa e speranza o timore o disperazione.

Il radicamento nel qui e ora con il mio corpo, le mie sensazioni, le mie emozioni e i miei pensieri, che sono me, mi permettono di verificare in concreto la qualità delle interazioni con l’ambiente e di verificare di conseguenza attraverso il lavoro sulla consapevolezza quanto queste interazioni siano o non siano soddisfacenti e forse migliorabili.

Molte sono le modalità per radicarsi nel tempo presente, tra queste vi sono certamente tutte le pratiche meditative, la concentrazione sul respiro, la Mindfulness, ma anche molte attività esperienziali (es. attività teatrale) che mettono l’individuo a contatto con sé stesso e con l’ambiente che lo circonda.

In psicoterapia molti approcci esperienziali, come la Terapia della Gestalt ( tecnica che approfondiremo in un prossimo articolo ), si fondano proprio sul “potere curativo” del radicarsi nel momento presente per aumentare l’autoconsapevolezza.

Nel frattempo, mi raccomando.

Vivi nel qui e ora!

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Perché i grandi sogni, i più ambiziosi obbiettivi non possono essere S.M.A.R.T?

Quando ci poniamo degli obiettivi, possiamo ricorrere al famoso acronimo S.M.A.R.T. che ci suggerisce come formulare un buon obiettivo: S di “specifico“, M di “Misurabile“, A di “Accessibile, R di “Realistico” e T ovvero “Temporalmente ben definito“.

Questo è un ottimo metodo, lo seguo anche io per un buon 70-80 % dei miei obiettivi. La vita però non può essere vissuta rincorrendo soltanto questo genere di obiettivi.

Abbracciare questo metodo come unico criterio di vita spinge a inseguire obiettivi realistici, il che va bene ma rischia di farci guardare il mondo con un paraocchi: fare solo ciò che è possibile.

Quindi? S.M.A.R.T., sì, ma non sempre.

Almeno una parte degli obiettivi deve essere spregiudicata, coraggiosa, ambiziosa. I risultati più consistenti non sono stati portati da persone che si sono limitate a guardare la realtà in faccia per quello che era, ma hanno fatto un passo in più e si sono interrogate su come quella realtà si sarebbe potuta trasformare.

Si potrebbe replicare che porsi obiettivi troppo spregiudicati, può portare, proprio essendo irrealistici, a non realizzarli. Tutto questo ha senso, ma non dovrebbe interessarci. Perché? Perché tanto almeno metà dei nostri obiettivi fallirà. É una regola strutturale del gioco.

Siamo umani, è normale fallire. Prendiamo per esempio un’azienda tipo Google e pensiamo a quanti progetti abbandona ogni anno. Ricordate i “Google Glass”? Oppure “Google Plus”? Eppure, pur mancando questi colpi, Google tra poco arriverà a 2 miliardi di account mail attivi.

Pensiamo a Larry Page, che a metà degli anni Novanta decide di voler mappare il mondo e monitorare con il satellitare i movimenti delle automobili. Oggi ci sembra assolutamente fattibile e anzi normale, ma agli esordi questa cosa qui era tutt’altro che normale. Era un sogno folle. E se Larry Page fosse stato realistico? E se Nelson Mandela non avesse avuto sogni folli? E Gandhi o Elon Reeve Musk?

Una buona metà degli obiettivi deve restare S.M.A.R.T. Ma, la restante percentuale, deve essere fatta di obiettivi così grandi e ambiziosi da non avere la minima idea di come poterli raggiungere e realizzare. Anche se una parte abbondante di questi fallirà, quando ci si spinge in questo modo, sapendo che hai il permesso di fallire, succede qualcosa di magico: ci si concede di fare cose che altrimenti non faresti mai, le sfide ci fanno crescere e sperimentare.

Siate ambiziosi, sognate oltre l’ostacolo, abbiate il coraggio di inseguire obiettivi coraggiosi. Perché, come dico spesso ai miei assistiti:

La felicità si gioca proprio tra la paura di diventare chi sei e il coraggio di prendere quella decisione.

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Carl Rogers

VITA

Carl Rogers è nato a Oak Park, una contea dell’Illinois, l’8 gennaio 1902 da una famiglia protestante avente rigidi principi morali, che, qualche anno più tardi, si trasferì in campagna per dedicarsi all’allevamento di bestiame. Da qui Rogers maturò l’interesse per la natura e gli animali al punto da iscriversi alla facoltà di Agraria, ma subito dopo scoprì di essere interessato maggiormente agli studi teologici. Qualche anno più tardi, intraprese un viaggio in Cina, con dei colleghi, per partecipare alla conferenza internazionale organizzata dalla Federazione Mondiale degli Studenti Cristiani. Questo incontro diede la possibilità a Carl Rogers di operare un confronto non solo culturale ma anche teorico e di pensiero, chiarendo quale fosse il suo reale interesse di studio.

Da questa esperienza maturò l’intenzione di abbandonare l’indirizzo teologico e di intraprendere un percorso di studi a orientamento psicopedagogico. Dopo un anno presso l’Institute for Child Guidance iniziò a lavorare presso il Child Study Deparment di Rochester. Il suo interesse per le teorie di Otto Rank e per l’Esistenzialismo europeo, portarono nel 1939 alla pubblicazione del suo primo libro The clinical treatment of problem child, grazie al quale ottenne una cattedra di psicologia clinica in Ohio.

Tre anni più tardi pubblicò il libro dal titolo Counseling and Psychotherapy, pilastro al suo innovativo approccio teorico, ovvero la teoria basata sul cliente.

Nel 1957 ottenne la Cattedra di Psicologia e Psichiatria presso l’Università del Wisconsin. In questa sede cominciò a sperimentare il suo approccio terapeutico, concretizzando i primi risultati.

Successivamente, decise di abbandonare l’insegnamento per fondare in California il Center for the Study of the Person e l’Institute of Pedace, orientato allo studio e alla soluzione dei conflitti.

Carl Rogers è stato candidato al Premio Nobel per la pace nel gennaio del 1987 e morì qualche giorno dopo, esattamente il 4 febbraio dello stesso anno.

Carl Rogers e la psicologia umanistica

Carl Rogers fondò la Psicologia Umanistica, che pone le sue radici nel valutare positivamente le risorse e le potenzialità presenti in ogni individuo. Secondo Rogers, ognuno possiede un proprio valore e una determinata capacità di autodeterminazione che consente di perseguire specifici scopi o altrettanti specifici risultati.
Carl Rogers sosteneva che tutti hanno le capacità di autodeterminazione, utile a determinare il proprio comportamento per migliorarlo. Tale processo è stato definito da Rogers come tendenza attualizzante e consiste nella volontà naturale di vivere, perfezionarsi, preservarsi e modificarsi.

Secondo Rogers le persone sane sono aperte mentalmente verso nuove esperienze, vivono liberamente ogni momento e sono in grado di ascoltare sia se stessi che gli altri perseguendo i propri bisogni o obiettivi.

Il pensiero di Carl Rogers era in netto contrasto con quello psicoanalitica vigente e per questo era considerato molto innovativo e rivoluzionario.

Egli fu il primo a considerare la natura umana come una capacità innata volta al raggiungimento e al mantenimento della salute e dell’autoregolazione.

Partendo da questo presupposto, rifiutò il termine paziente, poiché lo considerava viziato dal concetto di malattia e lo sostituì con il termine “Cliente”. Rogers dunque partiva dal presupposto che non esiste una malattia mentale da curare ma tutti possiamo incappare in momenti difficili da affrontare e per questo, grazie alle risorse personali, è possibile superare questi stati liberamente. I problemi che possono verificarsi durante l’arco della vita derivano da una distorsione della tendenza attualizzante e lo scopo è ripristinare questa funzione ciclica e continuativa.

La terapia di Carl Rogers

Carl Rogers ideò un modello psicoterapeutico definito terapia centrata sul cliente detta anche non direttiva e terapia rogersiana, che nacque all’interno dalla psicologia umanistica.
Secondo tale approccio non sono le pulsioni istintuali a motivare il soggetto, ma il bisogno di conoscere, e autorealizzarsi. Rogers sostiene che bisogna superare il pessimismo antropologico Freudiano secondo il quale l’uomo risponde agli impulsi non razionali e guardare come il comportamento è dato da un naturale fluire di stadi. Infatti,il comportamento umano è razionale ed è determinato dagli obiettivi che ognuno si prefigge di raggiungere. Lo scopo della psicoterapia dunque è quello di consentire alla tendenza attualizzante di agire liberamente, eliminando gli ostacoli che impediscono l’autorealizzazione della persona. L’individuo possiede in se stesso le risorse necessarie per guarire e per questo è esso stesso a dover lavorare in terapia. Per queste ragioni, la psicoterapia rogersiana si difinisce “centrata sul cliente”.

Terapia centrata sul cliente

La terapia centrata sul cliente è determinata dalla relazione che si instaura tra terapeuta e cliente. Secondo tale approccio lo psicoterapeuta non possiede delle tecniche di intervento protocollari e per questo è libero di interagire con l’individualità del cliente.

La relazione, però, deve seguire un determinato schema:

Non-direttività: la relazione che si instaura tra terapeuta e cliente è di tipo paritetica, il terapeuta incita il cliente a utilizzare le sue risorse personali per individuare una soluzione al problema presentato.

Empatia: affinché la relazione possa portare a dei risultati è necessario che il terapeuta vesta i panni del cliente e tenti di vedere il mondo con i suoi occhi, abbandonando i propri schemi personali.

Accettazione: il terapeuta accetta i pensieri e i comportamenti del cliente in maniera incondizionata e per questo ascolta attivamente e senza mettere in atto pregiudizi.

La terapia centrata sul cliente è particolarmente indicata nei casi in cui non si riesca a entrare in contatto con le proprie esperienze e a riconoscere le proprie emozioni. Si determina in questo modo una sorta di conflitto interiore e inautenticità, che porta la persona a non essere pienamente se stessa nella relazione. Carl Rogers definisce questo stato “incongruenza”, che non permette all’individuo di crescere positivamente o di effettuare le proprie scelte in maniera ottimale.

La terapia centrata sul cliente ha come obiettivo l’aprirsi liberamente all’altro in maniera autentica. Inoltre, attraverso tale processo terapeutico è possibile comprendere empaticamente come l’altro costruisce il proprio rapporto con se stesso, gli altri, il mondo. Questo concetto rappresenta la base dell’epistemologia della Psicoterapia Centrata sul Cliente e della sua pratica psicoterapeutica

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Focalizzare: il potere della mente, come farlo? Perché è utile farlo?

I consigli del life e Mental Coach delle star

La potenza della focalizzazione è così efficace che può essere utilizzata per tagliare l’acciaio. Con una potenza più bassa di 800 Watt, appena sufficiente a riscaldare una stanza di medie dimensioni, una sorgente di luce può essere concentrata per formare un puntino di energia inferiore a 1 mm di diametro che contiene energia sufficiente per tagliare una lamiera con elevata precisione.

Si tratta di un esempio calzante per comprendere la potenza della focalizzazione. L’energia dispersa produce poco, se non nessun risultato, mentre l’energia focalizzata con molta precisione produrrà risultati sorprendenti e tangibili.

Un altro esempio, ci viene dato dalla natura e dalla potenza di una goccia d’acqua su una roccia che,ora dopo ora, giorno dopo giorno, anno dopo anno, arriva a bucare la roccia, mentre un’ondata di tonnellate di acqua versata di getto può tuttalpiù bagnare o spostare la stessa roccia!

Il termine “messa a fuoco” è fondamentale se usato per riferirsi alla semplice questione di tenere una sorta di attenzione non giudicante su qualcosa che è direttamente percepito come un obbiettivo da raggiungere.

La focalizzazione può essere utilizzata per chiarire ciò che si prova o ciò che realmente si vuole.

La focalizzazione determina il nostro futuro”.

Secondo Tony Robinson, che può essere citato come uno dei coach motivazionali, pionieri del concetto di focalizzazione sul come e su cosa ci si debba concentrare per padroneggiare al meglio gli stati d’animo e la loro gestione, anche e soprattutto per il raggiungimento dei nostri obbiettivi.

La “messa a fuoco” inizia nella nostra mente ma deve manifestarsi anche nel nostro comportamento. La “messa a fuoco” non è utile se viene sperimentata solo nella nostra mente, essa deve soprattutto esprimersi anche nelle nostre azioni.

In poche parole la nostra mente crea le azioni che poi usiamo per produrre il nostro futuro attraverso le nostre azioni.

Il nostro cervello elabora grandi quantità di informazioni.

Ogni momento esso riceve ed elabora circa 2 milioni di input sensoriali in forma di visioni, suoni, sensazioni tattili, sapori e odori e utilizza dei filtri per cancellare, distorcere o generalizzare l’input sensoriale in “archivi” che la mente può ritrovare.

Tutto ciò riporta alla PNL (Programmazione Neuro Linguistica) con la ferma consapevolezza che “La mappa non è il Territorio” o, in altre parole, ciò che vediamo non è la rappresentazione completa e obbiettiva di ciò che sta accadendo intorno a noi.

Si ottiene quello su cui ci si concentra e ci si focalizza.

Perché? Perché ci siamo abituati a condizionare il nostro cervello per cancellare, distorcere, generalizzare ma anche utilizzare i dati che continuamente riceve.

Pensiamo a questi punti chiave:

• Se si tenta di focalizzarsi su troppe cose si disperdono le energie e potenzialmente perderemo le opportunità che riteniamo più necessarie per noi.
• Se si rimane concentrati sulla cosa sbagliata si ottengono dei risultati sbagliati.

Sappiamo quanto sia inutile aspettarsi dei risultati diversi se fai le stesse cose e le fai nello stesso modo!

Se focalizzi la tua attenzione nel modo giusto essa concentrerà e farà “lavorare” l’energia specifica per creare i risultati che desideri!

E’ fondamentale saper focalizzare la nostra attenzione per creare la corretta messa a fuoco dei nostri obiettivi.

Ad esempio: Se ti concentri sulla malattia si tenderà a manifestare la malattia e ad attirarla, al contrario, se ti concentri sulla salute tenderai ad attrarre salute. Se ci si concentra sull’odio si tende a manifestare l’odio, se ci si concentra sulla felicità si tende ad essere felici.

Il pensiero è energia ed è uno strumento potente.

Su cosa ti concentri nella maggior parte del tempo? Su aspetti positivi o negativi?

Al fine di creare una maggiore focalizzazione dei nostri pensieri qui ci sono alcune cose che ti aiuteranno:

•Sii consapevole: Ora che conosci l’effetto della focalizzazione, guarda a te stesso ed ai tuoi risultati, verifica l’effetto e l’influenza che essi hanno avuto sulla tua vita.
• Sii grato: regolarmente (una volta al giorno o anche di più) tieni conto di tutte le cose in cui devi essere grato. Se vivi l’esperienza estenuante di una giornata impegnativa e non trovi nulla che ti invogli a provare gratitudine, spingi più avanti le tue barriere mentali e chiedi: “Se ci fosse qualcosa di cui essere grati, cosa sarebbe?”. Questo sposta la tua mente in uno stato di ricerca verso il meglio, verso qualcosa di positivo.

•Comincia pensando dalla fine”. Prenditi del tempo per pensare a quello che vorresti ottenere dalla vita. Scomponi i tuoi sogni in chiari e temporalmente misurabili obbiettivi che puoi utilizzare per allineare la tua attenzione.
• Riconosci tutto: è importante riconoscere tutto ciò che sta accadendo o è accaduto in passato. Tutte queste esperienze possono far si che il nostro cervello le cancelli, le modifichi o le generalizzi.
• Condiziona, da principio anche forzatamente, la tua mente verso gli obiettivi che desideri.

Ecco alcuni brevi suggerimenti:

✔️Scrivi i tuoi obiettivi;
✔️Rileggili o mettili in una zona dove puoi sempre vederli;
✔️Utilizza delle affermazioni o meglio gli “incantesimi” (la differenza tra un incantesimo e un’affermazione è che il primo aggiunge all’affermazione stessa il coinvolgimento emotivo) per ricordare a te stesso i comportamenti che vuoi adottare e gli obbiettivi che vuoi raggiungere.
✔️Prenditi del tempo per meditare sul risultato desiderato – visualizzalo, immaginalo come fosse già realizzato.

La focalizzazione deve considerare la variabile essenziale che riguarda il nostro uso del tempo. Tutti noi abbiamo 24 ore in un giorno, 365 giorni in un anno. Dovremmo misurare il nostro uso del tempo pianificandolo nella nostra mente, per affrontare alcune delle condizioni esterne di cui abbiamo bisogno per creare i presupposti per focalizzarci, questo aspetto determinerà la differenza tra priorità e urgenze.

✔️utilizzate un po’ del vostro tempo per meditare e “fare spazio” per focalizzare la vostra mente e pianificare le vostre azioni. Spegnete il telefono, non fatevi ossessionare dalla fobia delle e-mail o dei social network. Per un lasso di tempo che voi stessi deciderete, cercate un luogo tranquillo dove non sarete disturbati.
✔️Impostate il vostro tempo per alcuni compiti. Questo è particolarmente importante se i suddetti compiti o incombenze sono delle priorità, non siamo e non vogliamo diventare asceti o eremiti, semmai è vero il contrario.
✔️Concentrati, se puoi, su una sola cosa alla volta o almeno prova ad allenare la mente nel tentativo di poterlo fare in futuro.
• Focalizzati ora! La nostra mente e il nostro corpo devono essere allineati, vigili e pronti a quello che stai facendo e alle energie che stai muovendo adesso, non certo su quello che è successo ieri, ne quello che accadrà domani, ma solo nella direzione che ormai tutti definiamo il “qui ed ora”!

Trasforma la tua vita adesso! Imposta un obiettivo, dargli una direzione e realizza i tuoi desideri! Perché nessun uomo può essere veramente libero finché non saprà ciò che vuole o non conoscerà quale è il compito assegnatoli dalla vita.

Parlano di me:

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Come affrontare i sovraccarichi?

Troppe attività da svolgere? Panico!

Come (provare a 😅)gestire il sovraccarico di lavoro ?

Il sovraccarico di lavoro è la principale causa di stress sul posto di lavoro e in famiglia.

Ecco perché è importante imparare a gestirlo.

In effetti, lo stress può uccidere. Può causare affaticamento fisico e mentale o esaurimento.

Ecco alcuni consigli che utilizzo spesso con artisti, dirigenti, dipendenti e, passatemi il termine improprio, persone comuni per tentare di evitare di essere sopraffatto dal peso del lavoro e della vita più in generale.

👩🏻‍💻Impara a stabilire le priorità.

Distingui i compiti urgenti da quelli che sono un po ‘meno. Per questo puoi applicare la teoria di Eisenhower, che ti aiuta a organizzare e risparmiare tempo creando categorie.

👩🏻‍💻Concentrarsi sugli elementi essenziali

A volte devi solo imparare a concentrarti in modo da non sentirti sovraccarico. In effetti, è possibile che tu sia spesso distratto o che lavori in un ambiente rumoroso.

👩🏻‍💻Sapere come delegare o chiedere aiuto

Il sovraccarico di lavoro può essere una conseguenza di un’errata distribuzione dei compiti.

Se sei sopraffatto, non esitare a parlarne per condividere meglio i compiti.

👩🏻‍💻Sapere come dire di no

Il sovraccarico di lavoro è stressante. In effetti, alcuni dipendenti ma anche membri dei quadri dirigenziali, artisti, casalinghe ecc, hanno difficoltà a dire di no, per paura di perdere il loro ruolo. A volte, sentono che un NO giustificato, potrebbe anche essere percepito come una mancanza di motivazione. Non è assolutamente così. Bisogna imparare a dire di no, a diventare più egoisti, senza sensi di colpa, a volersi più bene. Quindi, quando dici “Sì” a qualcuno assicurati di non dire “No” a te stesso.

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Dr. Paolo Bran Veneziani Life & Mental Coach abilitato

Guardala dal lato positivo ☺️

CERCARE IL POSITIVO NEL NEGATIVO.

✔️Perché è importante farlo?

✔️Come e quando siamo chiamati a farlo?

✔️Cosa ci può aiutare a farlo?

Le domande di oggi ci riguardano tutti.

Lavoratori, imprenditori, manager, professionisti, laureati, studenti, uomini, donne, famiglie.

Gli ultimi anni hanno accentuato la necessità di rileggere tante situazioni negative accadute e cercare un senso e un significato diverso, meno immediato, meno istintivo, meno facile da comprendere.

Un passo indietro.

Tutti abbiamo vissuto e viviamo momenti negativi.

👉Una professione, un lavoro che non decolla.

👉Un’occasione che non arriva.

👉Un progetto che non funziona.

👉Un dubbio che diventa blackout nel lavoro e /o nella vita quotidiana.

👉Un errore che pesa e condiziona.

👉Un fallimento che blocca.

Tante e diverse sono le situazioni che percepiamo come negative e paralizzanti, all’apparenza prive di sbocco o soluzione.

Quando mi capitano situazioni simili, dopo una iniziale parentesi in cui tutto sembra fermarsi, bloccarsi quasi, scatta una naturale, vitale, necessaria esigenza di cercare il positivo nel negativo.

Inizialmente era una sorta di istinto, poi è diventato un esercizio importante fatto di attenzione, impegno, analisi critica, misto alla sorpresa di vedere cosa si nasconde dietro ogni episodio “negativo” che può accadere.

Provo a rispondere alle domande iniziali.

📌 PERCHÉ FARLO?

Nei momenti di caos, di complessità, di crisi, si nascondono sempre occasioni e opportunità.

Non è retorica, credimi, è un dato di fatto oggettivo.

👉Anche e spesse volte soprattutto i momenti negativi creano la strada per creare dei momenti positivi, anche, perché no, per reinventarci.

Lezioni di vita da apprendere, capacità nascoste da tirare fuori, aspetti del carattere da conoscere e migliorare, cose da cambiare, esperienze nuove da fare, vecchie abitudini da sostituire.

📌 COME FARLO?

Superando l’iniziale momento di smarrimento, destabilizzazione, spaesamento.

Superare questo momento è essenziale, osservando la situazione che viviamo da prospettive diverse e confrontandoci con persone esterne, che hanno vissuto situazioni simili o possono offrire una visuale differente che non avevamo preso in considerazione.

La diversità di approccio, metodo, analisi aiuta sempre molto, ci fornisce una visione d’insieme più obbiettiva e realistica.

📌 QUANDO FARLO?

In ogni momento.

Fermarsi ad analizzare quanto accaduto è fondamentale per poi poter continuare.

Fermarsi a osservare, a riflettere, a comprendere per poi riprendere a fare, a imparare, ad agire.

📌COSA CI AIUTA A FARLO?

Tre sono le cose che più sento importanti:

👉La nostra naturale tendenza a vivere il nostro cammino, percorso lavorativo, situazione personale e professionale, mutandolo in un’opportunità di crescita e di maggior chiarezza. Una sorta di percorso di esperienze delle quali sapersi nutrire.

👉La curiosità di scoprire tutto ciò che non abbiamo ancora avuto modo di conoscere in prima persona è una molla potente.

👉La voglia di rispondere ‘presenti’ alle prove della vita e del lavoro.

Riuscire ad inquadrare la nostra situazione attuale attraverso le lenti di un approccio più positivo ci regala la possibilità di aumentare il nostro potenziale innato, fornendoci, al tempo stesso, l’opportunità di scoprire nuove vie e nuove possibilità per raggiungere gli obbiettivi che ci siamo prefissati.

L’ottimismo è realmente il sale della vita

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La zona di comfort: accettare l’insicurezza per superare i propri limiti e accrescere le nostre innate e illimitate potenzialità.

La vita comincia dove finisce la tua zona di comfort.

Una classica citazione del mondo della crescita personale che forse avrai letto almeno una volta.

A dirlo è stato Neale Donald Walsch, una sorta di guru spirituale, autore di una fortunata serie di libri dal titolo Conversazioni con Dio. Non è esattamente uno di quegli autori che preferisco, ma possiamo dire che questa frase l’ha azzeccata alla grande.

Un modo efficace per dire che se vogliamo apprendere, migliorare, e raggiungere degli obiettivi, dobbiamo necessariamente spingerci fuori dai nostri abituali confini e sopportare il disagio che ne consegue. Se invece stiamo sempre lì nel nostro, a fare le cose che ci riescono meglio, magari ci sentiamo sempre rilassati e a nostro agio, ma poi il rischio è di non fare passi avanti.
Uscire dalla zona di comfort significa proprio questo: mettersi alla prova in situazioni che non conosciamo alla perfezione, che rappresentano una sfida, che non ci fanno stare del tutto tranquilli. Solo così si impara e si migliora.

Comfort zone

L’origine dell’espressione comfort zone non è molto chiara. Si tratta di un modo di dire abbastanza comune nella lingua inglese. Potrebbe essere stato utilizzato la prima volta per indicare quell’intervallo di temperatura – che è compreso tra i 19 e i 26 gradi – in cui generalmente le persone stanno bene, senza sentire né freddo né caldo.

La definizione di comfort zone su Wikipedia è questa:

una condizione mentale nella quale una persona prova un senso di familiarità, si sente a suo agio e nel pieno controllo della situazione, senza sperimentare alcuna forma di stress e ansia”.

Insomma, tipicamente quando siamo seduti sul divano di casa a guardare la nostra serie Tv preferita.

Ma anche se siamo in ufficio a svolgere del lavoro di routine. O se stiamo facendo la spesa al supermercato sotto casa.

Ora la domanda è: perché una persona dovrebbe desiderare di uscire dalla sua zona di comfort? Non stiamo forse bene facendo cose che ci mettono a nostro agio, senza stress, senza fretta, senza paura? Da un certo punto di vista senza dubbio si. Abbiamo bisogno di essere in quella zona per poterci rilassare e sentirci protetti e al sicuro.

Il problema però è che mantenersi sempre entro i confini della nostra zona di comfort non è molto salutare se cominciamo a ragionare in termini di prestazioni, produttività e obiettivi da raggiungere.


Comfort zone e stress

Il motivo per cui abbiamo bisogno di uscire dalla nostra zona di comfort è che finché restiamo lì le nostre prestazioni sono piatte. Non c’è curva di apprendimento, non c’è miglioramento.

Anders Ericsson studiando un gruppo di violinisti del Conservatorio di Berlino, aveva capito che ciò che distingueva un bravo violinista da uno eccellente era la quantità di pratica deliberata. Non una pratica qualunque, ma un esercizio intenso, svolto per lo più in solitudine e diretto in modo intenzionale a superare i propri limiti e punti deboli.

In altre parole, ad avere più successo erano i violinisti disposti a uscire dalla propria zona di comfort musicale, spingendosi ogni giorno un po’ oltre.

Spingersi oltre l’ambito in cui ci sentiamo sicuri e a nostro agio comporta sempre affrontare un po’ di fatica, insicurezza, stress.

Lo stress è la risposta del nostro organismo quando si sente messo sotto pressione da qualcosa. È una risposta a-specifica che si attiva ogni volta che per un motivo o per l’altro abbiamo la sensazione di dovere fare appello a tutte le nostre facoltà fisiche e mentali per cavarcela in una qualche situazione… che sia scappare da una tigre affamata o superare l’esame per la patente di guida.

Alasdair White, esperto di management e sottolinea il legame tra lo stress e la qualità delle prestazioni.

Quando siamo nella zona di comfort, siamo molto tranquilli e rilassati ma ci manca quello stimolo necessario a dare il meglio di noi stessi.
Se qualcosa ci pungola – una scadenza sul lavoro, una motivazione molto forte, un esame da superare, una meta da raggiungere, una minaccia da cui difenderci – ci troviamo spinti fuori dalla zona di comfort. Sperimentiamo in una certa misura stress, ansia, incertezza. Siamo particolarmente vigili e attenti. Questa è la zona ottimale di apprendimento, quella in cui siamo capaci di imparare cose nuove, di migliorare, di superare i nostri limiti.

Lo stress in questo caso è funzionale a rendere ottimali le nostre prestazioni. È la situazione in cui si trova lo studente preparato prima di un esame, o l’atleta prima di una gara. Lucido, concentrato, teso verso l’obiettivo.

Però se lo stress e il disagio superano il livello ottimale allora la situazione si ribalta: troppa insicurezza, troppa ansia portano a una situazione di panico in cui non si può più funzionare bene. Se l’ansia e la paura prendono il sopravvento, le nostre prestazioni calano. Sperimentiamo confusione, difficoltà di concentrazione, andiamo nel pallone.

Allargare la comfort zone

Cosa succede quando ci spingiamo fuori dalla zona di comfort e raggiungiamo la zona ottimale di apprendimento?

Le nostre prestazioni migliorano, può esserci un picco nel quale apprendiamo una nuova abilità, superiamo uno scoglio.

Poi ci abituiamo nuovamente. Abbiamo superato un limite. Ci siamo portati al livello successivo che a quel punto diventa parte della nostra zona di comfort.

È un po’ come guidare l’auto. Se sei con la tua macchina, quella che guidi da anni, ti senti sicuro e vai senza nemmeno pensarci. Se cambi auto – almeno a me succede così – c’è una fase in cui ti senti un po’ a disagio. Non conosci bene le misure della macchina nuova, non sai come risponde ai comandi.
Dopo un po’ che la guidi però ti diventa familiare e torni a sentirti comodo e rilassato. La tua zona di comfort si è allargata e adesso comprende la guida della tua nuova auto.

La cosa interessante è proprio questa: che la zona di comfort si può espandere. Quello che oggi ci mette a disagio, ci fa sentire insicuri e sotto stress, domani potrà farci sentire assolutamente tranquilli e padroni della situazione.

Per arrivarci però dobbiamo avere abbandonato la nostra comfort zone e accettare il disagio che questo comporta. Se non passiamo di qui, se cerchiamo di evitare sempre il disagio e l’insicurezza restiamo inchiodati dove siamo.
Un altro punto di vista

Brené Brown ha dato questa definizione di comfort zone:

Dove insicurezza, scarsità e vulnerabilità sono al minimo livello. Dove crediamo di potere avere accesso a una quantità sufficiente di amore, cibo, talento, tempo, ammirazione. Dove sentiamo di potere esercitare un certo controllo”.

Brené Brown dice che nelle situazioni di instabilità sociale, politica ed economica, la nostra comfort zone si restringe.

In queste situazioni abbiamo paura, ci sentiamo vulnerabili e spesso per evitare queste emozioni sgradevoli ci chiudiamo ancora di più dentro i nostri confini.
Ma questo non fa altro che peggiorare la situazione. Restringiamo i nostri confini proprio nelle situazioni in cui al contrario ci sarebbe bisogno di espanderli.
Proprio in tempi di crisi e di trasformazioni sociali abbiamo bisogno di inventarci qualcosa: uscire dai percorsi standard, che non offrono più le sicurezze di una volta, e aprirci a nuove possibilità da sperimentare accettando la paura che questa instabilità ci procura.


È meglio il diavolo che conosci

Nella lingua inglese c’è un’espressione che mi piace molto: better the devil you know – è meglio il diavolo che conosci.

Significa che certe volte preferiamo restare in una situazione negativa che però conosciamo molto bene piuttosto che rischiare di affrontare l’incertezza del cambiamento.

Questa è la trappola della zona di comfort. Non è detto infatti che nella nostra zona di comfort ci stiamo davvero bene. Qualche volta ci stiamo male, ma siamo per così dire a nostro agio nel disagio semplicemente perché ormai ci siamo abituati, ci è familiare, non ci richiede sforzi aggiuntivi.

Un esempio che mi viene in mente al riguardo è ritrovarsi a fare un lavoro che non ci piace e non fare niente per cercare di cambiare. Per paura, per insicurezza, perché mancano il coraggio e le energie per affrontare il cambiamento. Lo stesso può succedere nei rapporti di coppia, o nelle amicizie, quando si preferisce essere scontenti piuttosto che soli.

Può succedere di abituarsi a sentirsi in ansia, preoccupati, depressi al punto che questo modo di sentire diventa la nostra comfort zone. Si può arrivare ad avere paura di provare gioia perché non ci siamo abituati, non ci troviamo a nostro agio con i sentimenti positivi, ci fanno sentire strani, ci disorientano.

Ci sono persone che sembrano più felici nell’infelicità, che hanno sempre bisogno di lamentarsi o di preoccuparsi di qualcosa: questa è la loro zona di comfort.


6 insegnamenti per concludere

Questo concetto di zona di comfort è interessante perché ha diversi livelli di interpretazione.

Volendo riassumere per punti gli insegnamenti che possiamo trarre da questo articolo, io direi questo.

1. Per crescere, migliorare, imparare, raggiungere un obiettivo dobbiamo per forza uscire dalla nostra zona di comfort. La pretesa di muoverci sempre sopra un terreno stabile e ben battuto non ci porta lontano.

2. Per uscire dalla zona di comfort è necessario accettare e fronteggiare il disagio. Dobbiamo stare scomodi, fare fatica, sperimentare un po’ di insicurezza e di ansia per potere passare al livello successivo.

3. Se siamo disposti ad accettare il disagio e ci collochiamo all’interno della zona ottimale di apprendimento ci troveremo a migliorare le nostre capacità. Una volta ottenuto il miglioramento, l’ansia scomparirà, saremo nuovamente a nostro agio: abbiamo così allargato la nostra zona di comfort. Quello che ieri ci faceva sentire incerti e un po’ spaventati, oggi diventa normale e familiare. Ogni tanto è bello guardarsi indietro a ricordare tutte le cose che siamo riusciti a imparare e gli ostacoli che abbiamo superato.

4. A volte possiamo sentirci nella nostra comfort zone con situazioni (o sentimenti) che ci fanno soffrire. Possiamo restare bloccati in situazioni che non ci piacciono solo perché ci sono familiari. Possiamo essere così abituati a provare preoccupazione o tristezza da sentirci a disagio con le emozioni positive. In tutti questi casi la zona di comfort si trasforma in una vera e propria gabbia. Ci tiene inchiodati lì, perché non troviamo il coraggio di affrontare l’insicurezza e l’ignoto.

5. Uscire dalla comfort zone è in gran parte dei casi positivo: possiamo apprendere nuove abilità, nuove abitudini, migliorare le nostre prestazioni, trovare il coraggio di cambiare una situazione che in realtà non vogliamo. Occhio però che non dobbiamo sempre per forza spingere per superare i nostri limiti. Abbiamo bisogno anche di stare nell’agio, di sentirci al sicuro e protetti. Quindi sì: usciamo dalla zona di comfort, ma ricordiamoci che non dobbiamo essere sempre produttivi o tesi a imparare nuove cose. Ogni tanto abbiamo bisogno di tornare a casa.

6. fuori dalla nostra zona di comfort significa affrontare una certa dose di stress e ansia. Se questa aumenta oltre un certo livello, ci troviamo spinti ancora più in là, oltre la zona di apprendimento ottimale, in quella che Alasdair White ha definito panic zone. L’eccesso di stress o di pressione ci manda nel pallone. Qui non c’è apprendimento o miglioramento, c’è solo ansia e agitazione. È chiaro che si tratta di limiti del tutto soggettivi, diversi per ognuno di noi. Quindi dobbiamo imparare a capire di volta in volta dove sta il limite oltre il quale andiamo inutilmente nel panico e fare, se lo riteniamo necessario e per un certo periodo, un passo indietro se sentiamo di essere andati troppo oltre.

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La giornata della Terra, la giornata della nostra unica casa.

Premetto che sono sempre stato stranamente “allergico” alle giornate commemorative, di qualsiasi tipo esse siano.

Credo invece che ogni giorno sia quello giusto per ricordare, per essere più consapevoli, per mettere in moto le giuste cause che, di conseguenza, produrranno degli etici e positivi effetti.

Oggi è la giornata mondiale della Terra, della nostra casa, del luogo che lasceremo in eredità alle generazioni future quindi, seppur brevemente, scriverò qualcosa anch’io:

Insegnate ai vostri figli che la Terra è la madre di tutti. Tutto ciò che capita alla Terra capita anche ai suoi figli. Sputare a Terra è sputare su sé stessi. La Terra non appartiene all’uomo, è l’uomo che appartiene alla Terra. Tutto è collegato, come il sangue che unisce una famiglia. Ciò che capita alla Terra, capita anche ai figli della Terra, a noi ora e alle generazioni che verranno dopo di noi”.

Terapia cognitivo comportamentale:5 tecniche per favorire la positività

I pensieri negativi possono ostacolare o rallentare il miglioramento degli stati depressivi, e la ragione è ovvia: se si hanno dei pensieri negativi, è più probabile sentirsi depressi. Ma ciò che è meno ovvio è il modo in cui le persone depresse affrontano le emozioni positive. I ricercatori hanno da tempo fatto una sorprendente scoperta: le persone che soffrono di depressione non mancano di emozioni positive, semplicemente non permettono a se stesse di provarle.

Questo stile cognitivo è definito “smorzamento”, sostiene Chloe Carmichael, una psicologa clinica e ricercatrice di New York. Esso si riferisce alla soppressione delle emozioni positive con pensieri quali, “non merito di essere così felice”, oppure “quest’emozione positiva non durerà”. Per esempio, una neo-mamma con depressione post-partum potrebbe dire a se stessa di non meritare di guarire perché è una madre cattiva, in primo luogo perché è depressa. Ma perché le persone con depressione pensano in questo modo? Carmichael chiama in causa il pessimismo difensivo, una specie di protezione contro l’eventuale delusione derivante dall’avere troppe speranze.

Come sostiene la psicologa americana, “dal momento che non vuoi sentirti uno stupido, ricorri allo smorzamento dei pensieri positivi per proteggerti dalla delusione potenziale”.

Come può la terapia cognitivo-comportamentale intervenire sui pensieri negativi della depressione?

La terapia cognitivo-comportamentale (TCC) si è rivelata estremamente efficace nel trattamento della depressione.

Nella TCC, il paziente e il terapeuta operano insieme nell’identificazione dei pattern di comportamento che necessitano di essere modificati. L’obiettivo è di ricalibrare la parte del cervello che sta mantenendo la presa sui pensieri più positivi. “Una reazione inaspettata a un evento di vita importante potrebbe essere alla base dell’effetto di smorzamento”, sostiene Carmichael.

Attraverso la TCC, il paziente e il terapeuta affrontano questo evento e lavorano insieme per metterlo in prospettiva”.

Regolari sedute di TCC, di mindfulness, insieme al lavoro che il paziente farà al di fuori della terapia, possono aiutare a trovare e rinforzare nuovi pattern. Essere in grado di riconoscere i pensieri negativi e lasciarseli alle spalle può essere molto liberatorio.

5 tecniche cognitivo-comportamentali per contrastare i pensieri negativi della depressione

Ho notato che le persone con depressione raramente rispondono bene a terapie ed esercizi effettuati da auto-didatti. Per questa ragione, raccomando di intraprendere un percorso di TCC e di mindfulness per un lasso di tempo da concordare in base alle personali esigenze. Il terapeuta insegnerà al paziente le strategie cognitivo-comportamentali che possono aiutarlo a contrastare i pensieri negativi associati alla depressione. Il terapeuta potrà anche aiutare il paziente ad essere costante nell’applicazione delle tecniche. Ecco cinque strategie cognitivo-comportamentali che potrebbero essere applicate durante il lavoro con il terapeuta:

✔️1# Localizzare il problema e identificare soluzioni Prendere giornalmente delle annotazioni e parlarne con il terapeuta può aiutare a scoprire la base della depressione. Una volta identificato un problema, scrivi con frasi semplici ciò che ti preoccupa e pensa ai modi per risolvere il problema. Un tratto distintivo della depressione è il sentimento di disperazione, una assoluta sfiducia che le cose possano cambiare. Ciò si traduce in genere anche nell’impotenza appresa, la quale porta a non fare nulla per cambiare lo stato delle cose. Scrivere un elenco di cose che si possono fare per migliorare una situazione può contribuire ad alleviare i sentimenti depressivi. Se per esempio si sta combattendo la solitudine, si potrebbero fissare delle soluzioni quali aderire ad un circolo riguardante i propri interessi o iscriversi a siti per incontri on line.

✔️2# Scrivere frasi da dire a se stessi per contrastare i pensieri negativi Dopo aver localizzato la base della depressione, identificare i pensieri negativi che vengono usati per smorzare quelli più positivi. Scrivere quindi delle frasi da dire a se stessi per contrastare i pensieri negativi. Memorizzare questa frasi e ripeterle a se stessi tutte le volte che si noterà quella vocina nella mente che fa di tutto per spegnere i pensieri positivi. Con il tempo si creeranno nuove associazioni mentali, sostituendo i pensieri negativi con quelli positivi. Carmichael suggerisce che queste frasi non dovrebbero essere troppo lontane dai pensieri negativi, altrimenti la nostra mente non le accetterebbe. Se per esempio il pensiero negativo è “Sono così depresso in questo momento”, piuttosto che dirsi “sono così felice in questo momento” una frasi migliore potrebbe essere “ogni vita ha degli alti e dei bassi, e così anche la mia”. A volte le frasi da ripetersi diventano troppo routinarie e necessitano di essere aggiornate. Carmichael suggerisce di tradurre le frasi in un’altra lingua conosciuta, oppure di riformularle.

✔️3# Trovare nuove opportunità per avere pensieri positivi Se entrando in una stanza pensi “odio il colore delle pareti”, potresti invece localizzare il più velocemente possibile cinque cose nella stanza che ti fanno stare bene. Imposta il tuo telefono in modo da ricordarti tre volte al giorno di riformulare i tuoi pensieri in qualcosa di positivo. Carmichael suggerisce di farlo insieme a qualcun’altro che utilizzi la stessa tecnica. In questo modo tu e il tuo compagno potreste trarre giovamento dall’avere pensieri ed esperienze positive da condividere reciprocamente durante la giornata.

✔️4# Termina ogni giornata visualizzando le sue parti migliori Alla fine di ogni giornata, scrivi o posta online le cose per le quali sei più grato nella tua vita. Fissare i pensieri positivi e condividerli può aiutarti a formare nuove associazioni nella tua mente o creare nuovi percorsi. Chi crea una nuova associazione di pensiero, al risveglio può passare dal pensare “Uff, un’altra giornata di lavoro” al pensare “Che belle giornata che è”.

✔️5# Impara ad accettare la delusione come una normale parte della vita Le delusioni sono parte della vita, e il modo in cui reagisci ad esse può influenzare quanto velocemente le superi. A seguito della rottura di una relazione, qualcuno potrebbe incolparsi e magari iniziare ad aumentare di peso, pensando “a cosa serve essere di bell’aspetto? Non incontrerò mai qualcun’altro”. Un approccio migliore potrebbe essere permettere a te stesso di sentirti deluso e ricordare che alcune cose sono fuori dal tuo controllo. Prova a lavorare su ciò che è sotto il tuo controllo: scrivi cosa è successo, cosa hai imparato dall’esperienza, e cosa puoi fare in maniera differente la prossima volta, cercando di monitorare l’eccesso di pensieri negativi.

👉Queste 5 tecniche possono aiutarti ad andare avanti e a sentirti meglio ora e in futuro.

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