Crisi personale: solitudine ed empatia.

Molto spesso una crisi personale si associa alla schiacciante sensazione di solitudine; è infatti sempre più difficile raccontarsi. Magari si raccontano fatti ed eventi ma si esprimono poco gli stati d’animo profondi, è come se mancassero le parole. Non è facile sentirsi capiti e si può sentire sè stessi poco o troppo empatici, allontanarsi quindi dagli altri e rinchiudersi in sè. Anche il dialogo costruttivo con noi stessi è ostacolato dalla difficoltà di narrarsi anche a sè stessi, oltre che agli altri….la solitudine rinforza così la crisi personale e la crisi rinforza la solitudine.

La solitudine è stata confortata dalla ricerca dell’empatia in tutte le epoche storiche. Empatia è un concetto antico. Origina dal greco Empathos ovvero”pathos insieme”. Per i greci Pathos è la forza irrazionale dell’anima, emozioni e sentimenti sia negativi che positivi.

Pathos si contrappone  a Logos ovvero la forza razionale del pensiero. L’empathos greco diviene il latino cum-patire ovvero sentire  insieme, anzichè in solitudine, emozioni e sentimenti negativi. Il cumpatire rivela un’implicita  separazione concettuale tra il sentire negativo, il mal-essere e il sentire positivo, il ben-essere.

Nello sviluppo della cultura occidentale, l’empatia tende a declinarsi in compassione per il dolore altrui, sostenuta da valori come la spiritualità e la solidarietà laica.

Nella nostra epoca, crisi dei valori e comunicazione tecnologica si accompagnano a indebolimento della compassione e a crescente solitudine esistenziale.

Richieste daiuto che salgono al cielo. Inascoltate dai nostri simili!

Oggi sappiamo che la nostra identità è il risultato anche dell’educazione, che i diversi sistemi neurali della mente hanno ricevuto attraverso le esperienze. Così pure le qualità della nostra capacità di empatia sono il prodotto educativo delle esperienze vissute o di una sensitività innata.

L’esercizio dell’empatia, che riguarda il sapersi immedesimare nei silenziosi vissuti emotivi degli altri, potrebbe trovare un’analogia con l’apprendere una lingua. Sapersi immedesimare negli altri dipende dalla o dalle lingue che si è imparato a parlare. Si pensi al dolore. Il dolore non è parlato da una sola lingua. Sono innumerevoli le lingue attraverso le quali il dolore parla nel cuore delle persone. Senonché, ciascuno impara dalla vita il suo linguaggio del dolore, che usa anche per riconoscere il dolore degli altri. Può allora accadere, pur vicino alla sofferenza di qualcuno, di non saperla comprendere, di non saperla tradurre nella propria lingua, oppure di sbagliarsi, credendo di averla capita, convinti che l’altro stia parlando la nostra stessa lingua del dolore.

Forse uno dei desideri più irriducibili che abbiamo nel cuore è di sentirci compresi. Trovare nell’altro, soprattutto nelle persone amate, un ascolto così accurato da saper comprendere ciò che di noi stessi sentiamo più prezioso e autentico. A volte si coltiva il desiderio di trovare qualcuno che abbia abbastanza empatia da riuscire a immedesimarsi con l’eremo del nostro cuore, dove vi è ciò che non sappiamo o temiamo dire. Che possegga un linguaggio così accurato da saper parlare le parole che potremmo avere e tratteniamo.

In realtà la vita non insegna a nessuno un linguaggio tanto potente, sofisticato, sensibile e accurato, da consentire di immedesimarsi e com-prendere totalmente anche solo un altro essere sul pianeta, là dove l’unicità di quest’essere ha costruito il suo segreto. Una delle condizioni che rende l’uomo, per natura, destinato ad avere una dimensione irriducibile di solitudine è l’impossibilità di imparare perfettamente la lingua che parla, intimamente e privatamente, il cuore di un altro essere umano. 

Un essere altamente empatico, non sopporta le imposizioni tout court, perché esso risponde solo alle leggi del suo cuore. Per questi motivi sono anche quasi sempre stanchi e stressati e necessitano di spazi di assoluta solitudine in cui riposare e rigenerarsi. La natura è il luogo dove maggiormente ritrovano la pace, come anche nel rapporto con gli animali, che considerano fragili e innocenti come i bambini e quindi assolutamente da proteggere.

In alcuni casi la sua stessa natura ( l’empatia ) viene percepita come una condanna, una sofferenza difficilmente comprensibile dagli altri, per le ragioni che ho scritto poco sopra.

Da questo fatto, ormai supportato dagli psicologi, deriva quindi il bisogno impellente di allontanarsi dalle persone, dagli affetti. Il non sentirsi pienamente compreso, difatti accentua in modo esponenziale la sua propria sensazione di solitudine che, al pari dell’empatia si trasforma in altro dolore.

Gli empatici, probabilmente sbagliando, proiettano sugli altri, aspettative che il più delle volte vengono disattese, d’altro canto, gli altri, proprio in virtù della loro sensitività/ sensibilità, proiettano sugli empatici le loro stesse aspettative che anche in questo caso, saranno inevitabilmente disattese.

Di conseguenza a ciò, sentirsi incompresi da coloro che amiamo è la condizione peggiore per vivere, è come un ergastolo dal quale l’evasione non è contemplata, essa, di fatto pesa come una montagna e traccia solchi e ferite profonde nell’anima e nel cuore.

Comprendere che siamo tutti isole di un arcipelago, vicine ma separate è forse una soluzione. Non ci aliena dal mondo ma ci può salvare da noi stessi e dagli altri.

Detto questo, resto convinto che l’empatia sia un dono. Una qualità che deve essere compresa, maneggiata con cura-avere la tendenza ad essere sempre iper-vigili a livello emotivo e percettivo è indubbiamente stancante sia a livello fisico che mentale- ricordiamo però che, in questa società dove la comunicazione verbale è soppiantata dalla tecnologia, da estremismi, da concetti dualistici e dicotomici, saranno gli empatici ad avere un quid in più e questo accadrà quando gli autentici valori spirituali e i sani principi morali laici, riprenderanno il posto che gli spetta nel mondo.

Quando accadrà? Non lo so proprio ma se in tanti faranno sentire le loro voci i tempi certamente si accorceranno molto.

Un altro consiglio che vorrei condividere con voi:

“Nessun piano a lungo termine. L’empatia ci deve spingere a vivere giorno per giorno. La ragione? Le aspettative su di noi e sugli altri non saranno troppo devastanti se non troveranno soddisfazione. Può sembrare cinico, lo so, ma non lo è affatto. Vivere il presente, non proiettarsi nel futuro e non voltarsi troppo spesso verso il passato è una filosofia spirituale, che trova le sue radici nella millenaria tradizione buddhista. Malgrado i millenni è una filosofia di vita sempre e comunque valida sia per il nostro benessere psicofisico sia per il nostro percorso spirituale.

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Pubblicato da paolobran

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