Diverso? Ma da chi?

Mi capita ancora, alcune volte. Beh, tempo fa in realtà capitava molte più spesso. A dire il vero, in molte più occasioni di quante avessi voglia di rispondere ma, vabbè erano altri anni, era quasi un altra epoca. Cultura, informazione e si, anche i media, con i loro film, serie TV, trasmissioni, reality ed altro, hanno contribuito allo sdoganamento di una maggiore conoscenza, a volte una più spiccata sensibilità o probabilmente una coscienza collettiva di massa meno incline ad una totale chiusura mentale verso alcune tematiche sociali e antropologiche riguardo l’omosessualità.

Ricordo però che nella mia adolescenza, le cose erano assai diverse. Io stesso, già più che consapevole della mia omosessualità, termine, quest’ultimo, che poco mi si confà, in quanto denota solo la preferenza sessuale, tralasciando, di conseguenza, la sfera dei sentimenti, ragion per cui preferisco di gran lunga il termine “omoaffettivita,” vivevo questo mio stato d’essere pieno di confusione e di domande alle quali non trovavo risposte. Domande urgenti, quesiti vitali per la sopravvivenza del mio bambino interiore, domande di un’ importanza capitale. “Sono sbagliato, sono un tragico errore della natura?” mi chiedevo, oppure, “come potrò mai vivere una storia d’amore con un altro uomo.” Mi avevano insegnato, ed io, questo era realmente tragico, ci credevo davvero, che i froci, i culattoni, i finocchi, si incontrano solo di notte per fare di nascosto le loro “porcate” tra i folti cespugli di qualche parco, per poi tornarsene, di giorno, allo spuntar del sole, a nascondersi tra le pieghe di una società che non accettava la diversità in nessuna forma quest’ultima si esprimesse.

Conoscevo a quei tempi, un frocio di una certa età che non si nascondeva, lo conoscevo solo di vista e conoscevo solo lui. Ricordo come lo deridevano, era basso e panciuto. In realtà, per essere del tutto sincero, era invero un po’ una macchietta. Solo oggi posso immaginare che forse esasperava certi atteggiamenti per tentare di difendersi da una società che non lo voleva, che non poteva accettarlo. Anch’io, assieme ai miei compagni di scuola lo deridevo, facevo assieme a loro battute crudeli, e ridevo delle cattiverie che gli venivano gettate addosso. Ridevo! Ridevo si, ma con la morte nel cuore e la ferrea certezza che molto presto sarebbe stato riservato anche a me lo stesso suo trattamento.

Che senso di colpa mi attanagliava ogni notte, per come lo trattavano. Per come lo trattavo.

Quant’era forte la paura di essere condannato a vivere la stessa vita di quell’ometto basso e panciuto. Ricordo ancora, i pianti a dirotto, sapete, quel pianto con i singhiozzi, che tentavo di attenuare cacciando la testa sotto il cuscino del mio letto, nella notte e nella solitudine della mia piccola cameretta attigua a quella dei miei zii. Se la mia camera era piccola, al contrario, la mia sofferenza era talmente vasta che nemmeno l’intero appartamento nel quale vivevo, poteva contenerla. Essa si estendeva come una macchia scura e pesante, oltre ogni limite. Mi schiacciava, mi immobilizzava, mi toglieva il fiato e mi sembrava che potesse strapparmi il cuore con una ferocia, per me inconcepibile. Si propagava, mi sembrava, fino ai confini del mondo ed io, io temevo di non poterla più sopportare, di dovermene liberare ad ogni costo. Ero un empatico ma, sono certo, lo capirete anche voi, a quell’età manco sapevo cosa significasse l’empatia. Non ne conoscevo il termine, ne tantomeno potevo conoscerne le implicazioni che essa, inevitabilmente, portava con se. Ero e mi sentivo solo, inerte, arreso, consumato pian piano dall’interno, in poche parole, mi sentivo come già morto e forse, la morte l’ho invocata, l’ho pregata di portarmi via con se, per liberarmi da quel futuro che concepivo solo come sofferenza e solitudine. Fortunatamente, vista con il senno di poi, non ero un giovane virgulto e coraggioso adolescente e non ho mai avuto l’ardire di mettere in pratica i miei oscuri propositi o, forse, più semplicemente la morte era in altre faccende affaccendata e non ha accolto le mie preghiere.

Il tempo passa e nel suo inesorabile trascorrere mi ha fatto inevitabilmente maturare. Soprattutto durante il periodo dell’Università. Oltre alle nozioni di antropologia che acquisivo, acquistavo anche sempre più sicurezza, assieme ad una maggiore e più reale comprensione del mio essere, del mio stato di persona omoaffettiva. Stato di omoaffettività, non di certo, scelta. Ho cominciato a frequentare altre persone come me. Ebbene sì, c’erano altri gay nel mondo e per giunta, loro mica si nascondevano, anzi, tutt’altro, ne erano addirittura orgogliosi. Che scoperta, che grande sollievo fu per me, che enorme senso di leggerezza e di rinnovata adeguatezza questa nuova consapevolezza mi aveva donato. Ho cominciato a frequentare quelle stesse persone, per la verità, almeno all’inizio, considerandole un po’ come degli alieni o forse come degli eroi. Effettivamente, pensandoci oggi, non avevo ancora le idee chiarissime su questa cosa. Crescendo, ho avuto anch’io i miei flirt, di una notte, di una settimana, di un mese. Voglio essere sincero con voi, mi conoscete, la sincerità non mi manca ne tantomeno mi spaventa, la pratico giornalmente e con gran soddisfazione. Ebbene, anch’io, in alcune occasioni andavo in quei famosi parchi pubblici a fare le “porcate,” così come le definivano i miei zii, (Ah, altra cosa che da ragazzino sentivo spesso dire, una frase diventata un must in famiglia era: “meglio un drogato in casa che un finocchio”.

Vabbè come dicevo, altri tempi, diversa mentalità, diverso contesto culturale. “Diverso”.

Diverso si, ma in grado di ucciderti dentro, di annientarti, di annullarti. Si sì, annullarti fino al punto da renderti insostenibile anche il solo poter respirare, o meglio ancora, annullarti come essere umano, tanto da spingerti a credere che anche solo respirando, ti appropri fraudolentemente dell’ossigeno delle persone “normali”.

Normali. Mah che strana parola, che termine complesso, che aggettivo indefinibile, pieno di mille e uno significati.

Non voglio tediarvi ancora con la mia storia che, ne sono consapevole, può o non può interessare più di tanto ma, cari lettori, devo pur continuare, per concluderla in qualche modo. La concludo, come sempre con la mia ormai nota a volte, spregiudicata sincerità.

Era una sera di metà novembre circa, ero stato invitato a cena da una coppia di amici gay. Si sì, avete letto bene, una coppia e per giunta una coppia che viveva assieme, cioè, nella stessa casa, amandosi, affrontando le gioie e i dolori che qualsiasi convivenza porta con se.

Ebbene, per farla breve, a quella cena vidi per la prima volta Giuseppe. Fui subito attratto dal suo modo di fare, dal suo carattere timido, a volte un po’ impacciato ma così dolce e tenero ai miei occhi. Timido, impacciato, ma concreto, solido, strutturato caratterialmente. Io e lui ci incontrammo alcune volte dopo la galeotta cena tra amici e il 30 novembre, dopo quindici, venti giorni circa decidemmo di vivere assieme o almeno di provare ad imbarcarci in questa nuova, per me stranissima, esperienza. Oggi, assieme a Giuseppe, mio marito da ventidue anni, viviamo una vita “normale”. La vita di una qualsiasi coppia, tra alti e bassi, problemi da affrontare, gioie da condividere.

Voi, cari lettori, vi chiederete perché ho voluto scrivere questo articolo, vero? Beh, scrivere innanzitutto fa parte del mio lavoro ma c’è una ragione molto più profonda, molto più elevata, molto più importante, più importante di me e di voi. Corre l’anno 2021. Bullismo, soprusi, prevaricazioni e chi più ne ha più ne metta, sono ahimè, ancora perpetuati, messi in atto, utilizzati da persone prive di quella cultura che reputo fondamentale, ma soprattutto privi di quell’intelligenza, che non sempre va a braccetto con la cultura e che viene nutrita dà ignoranza, da discorsi demagogici e, diciamocelo pure, anche da una religione che non conosce il vero significato di accoglienza, ascolto profondo e compassione.

In ogni caso, oggi vivo insieme a mio marito da ventidue anni, vivo un esistenza tutto sommato felice, serena, appagante e innamorata, tanto innamorata della vita. Amo la vita, amo i suoi alti e bassi, le sue svolte improvvise. Amo anche le batoste che ogni tanto ti riserva e le gioie che ti fa trovare dietro l’angolo.

Ho cercato negli anni ma inutilmente di trovare la lapide di quel signore panciuto e tarchiatello, ma non l’ho mai trovata. Forse non c’è più. Ogni volta però che vado a Parigi, mi piace visitare la tomba di Oscar Wilde e pensando a lui, poggio un fiore, una rosa striata, sulla tomba di Oscar e prego per lui e per tutte quelle persone che oggi mi hanno permesso, con le loro battaglie di poter vivere la vita che volevo, aiutandomi pure a sconfiggere quei mostri interiori che mi attanagliavano l’anima e là mente da adolescente.

Si, mi capita ancora, alcune volte, qualcuno ancora mi chiede: – usciamo a cena? porta anche tua moglie- e la mia risposta è sempre quella: – certo volentieri, io e mio marito accettiamo il tuo gentile invito –

Spero tanto che questo breve articolo venga letto da un adolescente, da un essere umano che sta vivendo le mie stesse adolescenziali battagli interiori. Se accadrà, se lui o lei prenderà consapevolezza che il dolore può tramutarsi, con il tempo, in gioia di vivere, allora si, questo mio scritto avrà fatto il suo dovere.

Con tanto amore e affetto

Dr. Paolo Bran Veneziani

Pubblicato da paolobran

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