Sentirsi connessi? Perché?

Ognuno di noi è un filo unico e irripetibile nell’intricata rete della vita ed è qui per dare il suo contributo.

A volte dimentichiamo che il significato profondo di alcune parole, soprattutto quelle più importanti per la nostra vita, sta nelle loro origini: prendete ad esempio ecosistema, che nasconde nella sua radice eco- (dal greco oikos) una lezione importantissima per tutti noi. Quel vocabolo significa, infatti, “casa”, a indicare cioè il luogo che ci ospita, che ci dà rifugio e in cui si espletano le nostre relazioni primarie. Appunto nell’ecosistema prezioso che è la Terra, la nostra casa per estensione, anche noi viviamo relazioni di cui spesso ci dimentichiamo: non solo quelle fra noi esseri umani, ma anche fra umani e regno animale, fra umani e regno vegetale, e addirittura col regno minerale.

Sottovalutare che siamo tutti interconnessi in un unico delicatissimo sistema è l’errore più grave che commettiamo sempre più spesso, ogni giorno. Eppure la sopravvivenza di tutto l’ambiente è legata al rispetto di equilibri fragilissimi, equilibri che coinvolgono tutti i protagonisti della vita sulla Terra. Ogni azione che compiamo, su piccola o grande scala, ha conseguenze che devono essere ben soppesate. Si dice che un battito d’ali di farfalla qui può causare uno tsunami in Asia: ecco, noi esseri umani, con le nostre ali larghe e pesanti fatte di economia, produzione, sfruttamento, movimento ecc. rischiamo davvero di travolgere tutto quanto convive con noi in questa rete di relazioni.

L’interdipendenza di tutti gli aspetti del biosistema terrestre è l’aspetto più sottovalutato da noi essere senzienti e, ci ripetiamo spesso inutilmente, razionali: la tendenza è quella di considerare le altre stratificazioni della vita, gli animali ma anche le piante, come qualcosa di infima importante, da sfruttare nella maggior parte dei casi o da preservare sotto una teca in seguito a rari rimorsi di coscienza. Perfino il nostro rapporto col mondo minerale non andrebbe sottovalutato: penso solo ai disastri che si stanno compiendo ora nella corsa al petrolio nell’Artico, dove si stanno grattando via fondali importantissimi per il ciclo naturale (come ricorda Peter Winsor, oceanografo direttore dell’Arctic Program del Wwf, l’ecosistema artico si fonda prevalentemente su organismi bentonici, ovvero che vivono proprio sul fondo del mare).

Per la maggior parte del tempo noi uomini viviamo la nostra vita sul pianeta come se fosse una garanzia a cui abbiamo diritto assoluto, di cui non dobbiamo scontare le conseguenze. Il filosofo Walter Benjamin raffigurava la Storia, quella che cioè dovrebbe essere la nostra più grande maestra, come un angelo che si dirige in avanti ma con la testa costantemente rivolta al passato. Ecco, noi facciamo esattamente il contrario: procediamo spediti verso un futuro che ci rende più arcaici e barbarici, senza considerare ciò che ci lasciamo alle spalle. E cosa ci lasciamo alle spalle? 8,3 miliardi di tonnellate di rifiuti plastici prodotti da quando esiste questo materiale, solo per fare un esempio immane (dati dell’Università di Santa Barbara): per dare un’idea, è una dimensione equivalente a 25mila Empire State Building o a 80 milioni di balene.

In tutto ciò ci sono persone che, rispetto a questi temi, dormono sonni tranquilli. Eppure già lo sosteneva Goya nel titolo della sua famosa opera: il sonno della ragione genera mostri. Lo spauracchio più grande di questa umanità sonnolente sarà l’autodistruzione. Mentre rimaniamo inermi e addormentati le calotte polari si riducono, i deserti s’espandono, le foreste crollano e i fiumi esondano. Credete siano solo minacce di cui si devono occupare solo gli ecologisti? Pensate invece a quanto i cambiamenti climatici e ambientali influiscano su fenomeni socio-economici come la migrazione: la maggior parte dei migranti cosiddetti economici proviene da paesi (Africa subsahariana, Asia centrale, Medio Oriente) in cui le condizioni di vita sempre più proibitive non permettono una sussistenza dignitosa.

Dunque, anche qui, tutto è iperconnesso. Ogni azione compiuta nei confronti del nostro ecosistema ha ripercussioni su tutti gli elementi che vivono connessi a questo sistema, ovviamente anche quelle brutali. Per dirlo con una metafora digitale, è un virus che si sta trasmettendo a ogni sito collegato alla rete. Usare toni catastrofistici non è mai servito a molto, anche se su certi temi oramai le grida d’allarme devono essere sempre più accorate.I grandi obiettivi del millennio, come quelli definiti dalle Nazioni Unite (i Sustainable Development Goals), ci presentano e presenteranno un conto sempre più salato se continueremo a disattenderli. C’è una massa silenziosa che ora ha l’assoluto dovere di svegliarsi e di far sentire la propria voce, i movimenti giovanili ma non solo, stanno dimostrando questa volontà. È ora di agire forte e chiaro, è ora di far sentire la propria voce, è ora di farlo adesso. Ne va del futuro di tutti, di tutto.

Pubblicato da paolobran

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