Skerryvore, quando la musica diventa magica

Sono anime belle, sensibili, empatiche, creative. Se siete appassionati di Celtic rock scaricate la loro fantastica musica su spotify o visitate il loro sito 🎧🎼

Ho i miei dolori, amori, piaceri particolari; e tu hai i tuoi. Ma dolore, gioia, desiderio, speranza, amore, appartengono a tutti noi, in ogni tempo e in ogni luogo. La musica è l’unico mezzo con cui sentiamo queste emozioni nella loro universalità

Mindfulness e suoi benefici

Cos’è la mindfulness?

Negli ultimi anni si è diffusa molto quella che, utilizzando la parola inglese, viene chiamata mindfulness. Ma di cosa si tratta? La parola “mindfulness” significa “consapevolezza”, “piena attenzione”.

Si tratta di uno stato di coscienza in cui siamo testimoni vigili e presenti dei nostri pensieri, delle nostre emozioni e percezioni, momento per momento. Uno stato non facile da descrivere a parole perché si riferisce prima di tutto ad un’esperienza diretta.

Tra le possibili descrizioni di mindfulness è diventata “classica” quella di Jon Kabat-Zinn, uno dei pionieri di questo approccio. Per lui mindfulness significa “prestare attenzione con intenzione, al momento presente, in modo non giudicante”. Vivere l’esperienza del momento, nel qui e ora.

La mindfulness (consapevolezza) è uno stato mentale, una modalità dell’essere, non orientata ad uno scopo. E’ focalizzata al permettere di stare nel presente così com’è e di permettere a noi di essere, semplicemente, in questo presente. È quindi uno stato non concettuale, non verbale-discorsivo.

Quali sono le origini della mindfulness?

L’approccio della mindfulness deriva dalla meditazione di consapevolezza e la dottrina e la pratica meditativa buddista costituiscono la tradizione che più di tutte incarna ed esplicita questo tema.

Gli insegnamenti di Buddha, che vano sotto il nome di Dharma, indicano i fattori mentali che consentono all’individuo di cogliere l’essenza e la natura di ciascuna esperienza. In particolare, l’aspirazione, la fiducia, l’attenzione, la discriminazione e, naturalmente, la consapevolezza.

La tradizione Buddista

La presenza mentale, conoscenza di ciò che accade, è quella facoltà che nella tradizione buddista occorre coltivare come strada per giungere alla riduzione delle sofferenze umane. Queste sono considerate connesse ad una percezione erronea di un io individuale permanente.

Superare questa illusione permetterebbe il raggiungimento di un equilibrio emozionale e di un benessere psicologico duraturi.

Per raggiungere tale fine, la tradizione buddista non raccomanda un cambiamento della realtà esterna. Quanto piuttosto un mutamento dell’individuo stesso a livello cognitivo ed emotivo, per correggere gli errori che la mente umana commette di frequente quando non sia stata allenata e disciplinata.

La via è dunque prima di tutto pratica, fondata su una capacità innata, ma coltivata con disciplina”.

Mindfulness: esperienza presente, accettazione e consapevolezza

Esperienza presente

La mindfulness apre alla ricchezza del momento presente, alla pienezza dell’esperienza e a degli insight che portano ad una più profonda e intuitiva conoscenza della realtà e del modo di funzionare della mente stessa.

Ma la pienezza dell’esperienza comprende necessariamente anche il suo lato “negativo”: il disagio, la sofferenza, il dolore.

E qui si gioca uno degli aspetti più interessanti di questo approccio. Chiede e insegna a non respingere e a non negare questa dimensione ma ad accettarla, accoglierla e farne motivo di crescita e persino di creatività.

Accettazione

La mindfulness non è una tecnica di rilassamento (anche se il rilassamento ne è una diretta conseguenza). Non è un modo per entrare in qualche forma di trance, né per svuotare la mente, né per raggiungere il “vuoto”.

Non è una modalità per garantirsi un facile benessere psicofisico. Né è una forma di “buonismo” che ci spinge ad accettare tutto, ad accogliere acriticamente quello che ci accade, ad essere passivi nel nome dell’ “accettazione”.

Prospettiva della consapevolezza

Se il lato negativo della vita non possiamo evitarlo, allora la prospettiva della consapevolezza (mindfulness) ci offre una possibilità a prima vista strana e controintuitiva. Entrare in relazione più diretta con il disagio e la sofferenza, imparare a rivolgere piena attenzione, a fare spazio anche a quello che non ci piace, che non vorremmo o che ci fa soffrire.

In questo senso è un lavoro “controcorrente”, perché la tendenza automatica che abbiamo è fare esattamente l’opposto.

Ma in questa “mossa” apparentemente incomprensibile troviamo una possibilità di fare spazio, di lasciar essere e quindi di essere meno condizionati, meno oppressi anche dalle condizioni che ci portano disagio.

Paradossalmente, facendo questo, ci mettiamo nelle migliori condizioni possibili per trovare, quando ci sono, le vie e i modi più efficaci per gestire o risolvere le cause di sofferenza. A volte anche attingendo a intuizione creative.

La pratica della mindfulness faciliterebbe quindi il passare da uno stato di disequilibrio e sofferenza ad uno di maggiore percezione soggettiva di benessere, grazie ad una conoscenza e comprensione profonda degli stati e dei processi mentali e attraverso un lavoro attivo con essi.

Quali sono le applicazioni cliniche della mindfulness?

Da qui si comprende come negli ultimi decenni la mindfulness sia stata integrata in modelli e programmi terapeutici consolidati nel mondo occidentale e come abbia trovato in modo particolare una feconda integrazione con le psicoterapie di matrice cognitivo-comportamentale.

In questo ambito è stato pionieristico il lavoro di Jon Kabat-Zinn, professore di medicina presso la University of Massachusetts, che ha avuto un larghissimo seguito in ambito clinico ma più recentemente le applicazioni si sono estese all’ambito educativo e organizzativo come proposta di un vero e proprio stile di vita più salutare.

Kabat-Zinn e la meditazione mindfulness

Il lavoro di Kabat-Zinn parte proprio dalla sua convinzione che la pratica di meditazione mindfulness avesse il potere di trasformare in modo duraturo l’esperienza individuale della sofferenza e dello stress, offrendo un’alternativa alle strategie orientate alla risoluzione dei problemi che sono profondamente radicate nella cultura occidentale, spostando la prospettiva verso la medicina mente – corpo.

Kabat-Zinn ha voluto adattare le pratiche tradizionali di meditazione per poterle introdurre in contesti come quelli sanitari e ospedalieri, in modo che la pratica stessa fosse accessibile alle possibilità psicologiche e fisiche dei pazienti.

La meditazione mindfulness ha così lasciato le sue connotazioni spirituali e morali, rinuncia ad essere parte di un cammino per l’illuminazione e si è definita come un’attenzione focalizzata, rivolta al momento presente e non giudicante.

In questo modo è diventata parte di svariati programmi terapeutici attraverso pratiche di consapevolezza al tempo stesso antichissime e adatte al mondo occidentale.

Mindfulness-based stress reduction (MBSR)

Il protocollo Mindfulness Based Stress Reduction (MBSR) è stato il primo mindfulness training nato proprio dal lavoro di Jon Kabat-Zinn a partire dagli anni Settanta.

Ideato per pazienti affetti da dolore cronico o malattie terminali è stato in seguito applicato con successo ad altre condizioni cliniche fisiche e psicologiche, come nel trattamento cognitivo – comportamentale del disturbo berderline di personalità, nel trattamento dei vari disturbi di tipo dissociativo e nei protocolli più recenti per il trattamento dei disturbi d’ansia.

Mindfulness e terapia cognitiva

Mindfulness e cognitivismo hanno evidentemente in comune l’interesse per il ruolo che i pensieri giocano su emozioni e comportamenti. Così il successo del Mindfulness Based Stress Reduction ha fatto sì che anche nell’ambito della psicoterapia cognitiva si diffondesse un certo interesse per le pratiche di consapevolezza come strumento clinico.

Si è così aperto un orizzonte più ampio di interventi che hanno come caratteristiche comuni la pratica meditativa. Oltre che il formato di gruppo, la responsabilità individuale, la quantità consistente di impegno richiesto ai partecipanti, la prospettiva a lungo termine e l’orientamento non finalizzato al risultato.

Mindfulness-based cognitive therapy (MBCT)

Tra gli interventi derivati dal Mindfulness Based Stress Reduction, la Mindfulness Based Cognitive Therapy (Segal, Teasdale e Williams, 2002) è il protocollo più diffuso e testato scientificamente, ideato per pazienti con esperienza di depressione a stadi più elevati.

Tale protocollo si pone come obiettivo quello di lavorare su pensieri, emozioni e sensazioni che si riattivano in modo automatico durante periodi di umore negativo in persone che hanno avuto episodi depressivi. Aiutandole così a realizzare una trasformazione radicale nella loro relazione con i pensieri, con le emozioni e con le sensazioni fisiche che possono contribuire alle ricadute depressive.

In altre parole, lo scopo della meditazione mindfulness è insegnare ai pazienti una nuova relazione con le proprie esperienze mentali e corporee. Una relazione che permetta loro di fare un passo indietro rispetto alle risposte automatiche e quindi li protegga da quei circoli viziosi che comportano il rischio di ricadute.

Meditazione mindfulness e benessere

La mindfulness propone di sperimentare la modalità dell’essere, che non è uno speciale stato in cui ogni attività cessa. Bensì è una prospettiva decentrata che consenta di slegarsi dalle consuete modalità di risposta, automatiche e involontarie, che tentano di allontanare lo spiacevole e trattenere il piacevole (come accade nei processi di ruminazione depressiva.

In questa propsettiva, Siegel ritiene che, se non stiamo attenti, il nostro cervello sceglie per noi, al posto nostro.

A seconda della prospettiva che assumiamo possiamo chiamarlo pilota automatico, schema, coazione a ripetere, riflesso condizionato, modello operativo interno, influenze neurali “dall’alto verso il basso”. L’essere umano tende a reagire in modo stereotipato quando siamo di fronte ad un evento nuovo.

L’abitudine a pensare per categorie, ad attribuire forme note a quello che ancora non è formato, è insito nel funzionamento del nostro sistema nervoso. E’ correlato all’intenzione solo parzialmente conscia di aumentare le probabilità di adattamento all’ambiente. Ma adattarsi e sopravvevere non significa necessariamente vivere bene.

Il contributo di Siegel

Secondo Siegel, il benessere si trova tra due sponde. La rigidità da una parte e il caos dall’altra ed è sostenuto dalla capacità di attivare un processo di integrazione dell’ignoto con il noto.

Ancora secondo Siegel, per promuovere il benessere è necessario interrompere il condizionamento. Il pilota automatico, la coazione a ripetere che limita la fruizione di quel nutrimento indispensabile per lo sviluppo che sono le esperienze.

Esso individua nella meditazione mindfulness quella modalità di essere totalmente nel momento presente. Di fare esperienze dal “basso verso l’alto” che libera dalla funzione classificatrice del cervello a cui va prestata attenzione, nel senso che va sorvegliato.

Interrompere gli automatismi di risposta, far si che una persona sia in grado di evitare di mettere in atto reazioni comportamentali inadeguate o rappresentazioni della realtà non equilibrate è certamente un passaggio clinico cruciale per i processi psicoterapeutici, non solo per i pazienti, ma anche per i terapeuti stessi.

Mindfulness e integrazione neurale

Il substrato fisiologico alla base di un funzionamento mindful sembra essere l’integrazione neurale, che influenza e viene influenzata dalla consapevolezza di mindfulness.

Secondo l’autore la consapevolezza dell’esperienza che facciamo momento per momento può coinvolgere in uno stato integrato varie regioni del cervello. Incluse aree importanti della corteccia e le aree subcorticali del sistema limbico e del tronco encefalico.

L’integrazione neurale, in parte condotta da queste regioni frontali, può essere essenziale per creare un equilibrio basato sull’autoregolazione.

Le ultime ricerche suggeriscono come la mindfulness promuova cambiamenti funzionali nel cervello mediante la neuro plasticità. Questi percorsi di integrazione possono giocare un ruolo cruciale per il benessere.

Se stai ancora ancora aspettando la persona che ti cambierà la vita, dai un’occhiata allo specchio.

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Il 17 maggio è la Giornata internazionale contro l’omofobia, la bifobia e la transfobia

È buffo, o meglio lo sarebbe se non fosse tragico, che si debba ancora oggi parlare di omofobia rimanendo cristallizzati in un passato che non se ne vuole andare, fatto di diritti negati e soprusi. Il 17 maggio si celebra la giornata internazionale contro l’ omofobia, la bifobia e la transfobia, istituita nel 2007 dall’Unione europea proprio per condannare le discriminazioni che ancora moltissime persone sono costrette a subire sulla base del loro orientamento sessuale.

Quando l’omosessualità era considerata una malattia

La data scelta per la ricorrenza ricorda il 17 maggio 1990, data in cui l’Organizzazione mondiale della sanità ( Oms) eliminò l’omosessualità dalla lista delle malattie mentali. Ci vollero però ancora quattro anni perché la decisione divenisse operativa, con la successiva edizione del Dsm (Diagnostic and statistical manual of mental disorders), stilato nel 1994.

Omofobia in Italia

In Italia gli episodi di discriminazione sono ancora all’ordine del giorno e vengono perpetrati perfino dai vertici della società, come politici, funzionari pubblici e uomini d’affari. In Italia sarebbero oltre 50 ogni giorno le persone che subiscono discriminazione e violenza, secondo quanto riferito da Fabrizio Marrazzo, portavoce del Gay Center, centro che ospita associazioni, servizi sociali e iniziative culturali e aggregative.

Il fenomeno è poi peggiorato negli ultimi anni, facendo registrare un incremento del 9 per cento di abusi e violenze, anche a causa della pandemia di Covid-19, che ha esposto alcune persone a maggiore violenza domestica da parte di genitori o coinquilini omofobi. Un sondaggio effettuato nelle scuole del Lazio riflette la matrice culturale del problema: oltre il 34 per cento degli studenti pensa che l’omosessualità sia sbagliata e il 10 per cento ritiene sia una malattia.

Manca una legge contro l’omofobia

Di omofobia e transfobia in Italia si muore ancora. In occasione di questa giornata Arcigay evidenzia l’assenza nel nostro Paese, a differenza di altri paesi europei, di una legislazione efficace a contrasto delle discriminazioni per orientamento sessuale e identità di genere. Serve una legge contro l’omofobia e i crimini ad essa collegati, punendo così il reato di discriminazione e istigazione all’odio e alla violenza omofobica come il #ddlzan portato avanti tra mille sforzi e trabocchetti dal Deputato della Repubblica italiana #alessandrozan

La discriminazione non può più essere tollerata

“Nessuno dovrebbe avere paura di camminare per strada mano nella mano con la persona amata – ha affermato la vicepresidente della Commissione europea responsabile per le politiche sui valori e la trasparenza –. L’Europa difenderà sempre i diritti e le libertà fondamentali. Siamo un’Unione dell’uguaglianza”.

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L’attitudine alla felicità è un diritto ma va allenata con costanza e forza di volontà!

Il miglior modo per renderti conto se stai vivendo al meglio la tua vita è realizzare la tua concezione personale di felicità. Lo sapevi che puoi imparare ad essere più felice e soddisfatto in tutto quello che fai? Ecco come diventare felici…

La felicità nella vita è come un buffet. Se 100 persone andassero a un buffet e mettessero nel proprio piatto il cibo che preferiscono, ogni piatto sarebbe diverso. Anche per la felicità vale lo stesso concetto: ciascuno di noi ha bisogno di una particolare combinazione di “ingredienti” per raggiungere la felicità e l’autorealizzazione. E questa miscela cambia continuamente con il passare del tempo.

Ogni giorno SOLO TU puoi dire cosa ci vuole per farti felice. La felicità ha le sue cause all’interno di noi stessi prima ancora di essere influenzata dai fattori esterni. Pertanto l’unico modo per giudicare se un lavoro, una relazione, un investimento, o qualsiasi decisione, è giusto per te è quello di entrare in contatto con i tuoi sentimenti e ascoltare il tuo cuore.

Sii sincero con te stesso e segui la tua “voce interiore”. Per diventare la persona migliore che puoi essere devi avere il coraggio e la forza di permettere che la tua propria definizione di felicità, qualunque essa sia, sia il faro che guida ogni area della tua vita.

La felicità secondo Martin Luther King

Mi piace molto questa celebre frase di Martin Luther King:

Se non puoi essere un pino sulla vetta del mondo sii un cespuglio nella valle, ma sii il miglior piccolo cespuglio sulla sponda del ruscello. Sii un cespuglio se non puoi essere un albero. Se non puoi essere una via maestra, sii un sentiero. Se non puoi essere il sole, sii una stella; non con la mole vincerai o fallirai. Cerca ardentemente di scoprire a cosa sei chiamato e poi cerca di essere quello e basta. Ma qualunque cosa tu sia, sii sempre il meglio”.

Un punto molto importante è che tu MERITI di essere felice. La felicità è un tuo diritto: non è solo per pochi e nemmeno solo per i “meritevoli. La felicità è per tutti noi, come l’aria che respiriamo. Noi diamo l’aria per scontata: essa non deve essere meritata, è tua: tu ne hai diritto. E’ lo stesso con la felicità. Accetta l’idea che meriti veramente tutta la felicità che puoi raggiungere onestamente attraverso l’applicazione dei tuoi talenti. Quanto più ti piaci e rispetti te stesso, tanto più meritevole ti sentirai delle cose belle della vita. Se ti convincerai di meritare il meglio, aumenterai di molto le probabilità di ottenere e conservare nel tempo la felicità che desideri.

Come essere felice: la prima regola

Lavora prima su te stesso: TU sei la persona più importante della tua vita. Voler essere felici e realizzati non significa essere egoisti. Non sentirti in colpa per il fatto che vuoi migliorare prima di tutto te stesso, invece di pensare prima agli altri. D’altra parte se non aiuti prima di tutto te stesso non sarai mai in grado di aiutare gli altri.

Fai della felicità il principio organizzatore della tua vita. Chiediti sempre se le azioni che compi e le decisioni che prendi ti rendono felice o infelice. Regolati di conseguenza in base alle tue risposte.

Paga il prezzo del successo in anticipo: accetta le delusioni intermedie e le difficoltà temporanee pensando che sono necessarie per realizzare una felicità molto più grande nel lungo termine.

Le tre azioni per diventare felici

Ecco ora tre AZIONI che puoi intraprendere ADESSO per mettere in pratica queste idee:

1. Accetta il fatto che ti meriti tutta la gioia e la felicità che puoi raggiungere grazie ai tuoi sforzi.

2. Organizza la tua vita intorno alla tua definizione personale di felicità e giudica tutte le situazioni in base a tale standard.

3. Sii disposto a lavorare duramente su te stesso e a pagare il prezzo per la soddisfazione e le ricompense che desideri. Abituati a “fare un miglio in più” (fare di più di quello che ti viene richiesto) ed il tuo successo sarà assicurato.

Come essere felici. Due citazioni!

Concludo con le mie due citazioni preferite riguardo alla felicità:

Non è possibile essere felici e basta, ma si può imparare a fare le cose con gioia. Vivere nella felicità significa prestare attenzione a ciò che si sta facendo e trarne godimento. Non è che improvvisamente succede qualcosa di magico, e… puff! siete felici. Si impara ad essere felici fermandosi ad annusare le rose lungo il sentiero della vita, ma bisogna anche godersi il guardarle, il toccarle, il camminarvi vicino e tutto il resto. Potete imparare a godere di qualsiasi cosa. Potete imparare ad amare, dormire, alzarvi, preparare la colazione e andare a lavoro. Più cose imparate a rendere piacevoli, più la vita si farà gioiosa”.

Richard BANDLER

La felicità è un modo di interpretare il mondo e i suoi eventi. La felicità è condurre un’esistenza dai VALORI EQUILIBRATI. E’ il saper essere contenti dei propri compiti quotidiani. La felicità è un’esistenza vissuta bene e colma di persone di un certo spessore. La felicità è l’attività che ha uno SCOPO. E’ amore messo in pratica e può essere provata solo nel momento PRESENTE

Jim ROHN

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Carpe diem ossia, vivi il presente!

Già nell’Antichità era nota l’importanza di vivere pienamente l’istante presente: nelle Odi, il Poeta latino Orazio scriveva “carpe diem”, letteralmente “cogli il giorno”, troppo liberamente tradotto in “cogli l’attimo”, anche se la traduzione più appropriata sarebbe “vivi il presente”.

Tuttavia, ciò che accade molto spesso a tutti è di essere più concentrati su quello che avverrà in futuro, talvolta provando ansia nell’attesa di un possibile evento spiacevole. Altre volte ripensiamo con nostalgia, tristezza, rimpianti e rimorsi a quello che è già accaduto, sperimentando l’impotenza di non poter agire per cambiare il passato.

Eppure l’unico tempo in cui stiamo effettivamente vivendo è il presente, il “qui e ora”: in questo tempo possiamo sentire, decidere, agire, non agire… in una parola: vivere!

Per questo è importante essere pienamente consapevoli del momento presente, dargli valore e concentrarsi di più e meglio su quello che c’è, anziché su ciò che non c’è.
Il senso dell’attualità non è altro che l’apprezzamento che ogni evento accade nel presente. Quindi, come diceva F.Perls (1947) «non c’è altra realtà che il presente» e ancora «per me nulla esiste eccetto l’adesso. Ora-esperienza-consapevolezza-realtà. Il passato non è più, il futuro non è ancora».

Ciò non corrisponde ovviamente alla negazione del passato e del futuro, dimensioni che nel presente conservano un autentico significato. Laura Perls (1992) afferma che «quanto esiste, esiste qui ed ora, il passato esiste ora come memoria, nostalgia, rimpianto, risentimento, fantasia, leggenda o storia. Il futuro esiste qui e ora nel presente attuale come anticipazione, pianificazione, saggio, aspettativa e speranza o timore o disperazione.

Il radicamento nel qui e ora con il mio corpo, le mie sensazioni, le mie emozioni e i miei pensieri, che sono me, mi permettono di verificare in concreto la qualità delle interazioni con l’ambiente e di verificare di conseguenza attraverso il lavoro sulla consapevolezza quanto queste interazioni siano o non siano soddisfacenti e forse migliorabili.

Molte sono le modalità per radicarsi nel tempo presente, tra queste vi sono certamente tutte le pratiche meditative, la concentrazione sul respiro, la Mindfulness, ma anche molte attività esperienziali (es. attività teatrale) che mettono l’individuo a contatto con sé stesso e con l’ambiente che lo circonda.

In psicoterapia molti approcci esperienziali, come la Terapia della Gestalt ( tecnica che approfondiremo in un prossimo articolo ), si fondano proprio sul “potere curativo” del radicarsi nel momento presente per aumentare l’autoconsapevolezza.

Nel frattempo, mi raccomando.

Vivi nel qui e ora!

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Perché i grandi sogni, i più ambiziosi obbiettivi non possono essere S.M.A.R.T?

Quando ci poniamo degli obiettivi, possiamo ricorrere al famoso acronimo S.M.A.R.T. che ci suggerisce come formulare un buon obiettivo: S di “specifico“, M di “Misurabile“, A di “Accessibile, R di “Realistico” e T ovvero “Temporalmente ben definito“.

Questo è un ottimo metodo, lo seguo anche io per un buon 70-80 % dei miei obiettivi. La vita però non può essere vissuta rincorrendo soltanto questo genere di obiettivi.

Abbracciare questo metodo come unico criterio di vita spinge a inseguire obiettivi realistici, il che va bene ma rischia di farci guardare il mondo con un paraocchi: fare solo ciò che è possibile.

Quindi? S.M.A.R.T., sì, ma non sempre.

Almeno una parte degli obiettivi deve essere spregiudicata, coraggiosa, ambiziosa. I risultati più consistenti non sono stati portati da persone che si sono limitate a guardare la realtà in faccia per quello che era, ma hanno fatto un passo in più e si sono interrogate su come quella realtà si sarebbe potuta trasformare.

Si potrebbe replicare che porsi obiettivi troppo spregiudicati, può portare, proprio essendo irrealistici, a non realizzarli. Tutto questo ha senso, ma non dovrebbe interessarci. Perché? Perché tanto almeno metà dei nostri obiettivi fallirà. É una regola strutturale del gioco.

Siamo umani, è normale fallire. Prendiamo per esempio un’azienda tipo Google e pensiamo a quanti progetti abbandona ogni anno. Ricordate i “Google Glass”? Oppure “Google Plus”? Eppure, pur mancando questi colpi, Google tra poco arriverà a 2 miliardi di account mail attivi.

Pensiamo a Larry Page, che a metà degli anni Novanta decide di voler mappare il mondo e monitorare con il satellitare i movimenti delle automobili. Oggi ci sembra assolutamente fattibile e anzi normale, ma agli esordi questa cosa qui era tutt’altro che normale. Era un sogno folle. E se Larry Page fosse stato realistico? E se Nelson Mandela non avesse avuto sogni folli? E Gandhi o Elon Reeve Musk?

Una buona metà degli obiettivi deve restare S.M.A.R.T. Ma, la restante percentuale, deve essere fatta di obiettivi così grandi e ambiziosi da non avere la minima idea di come poterli raggiungere e realizzare. Anche se una parte abbondante di questi fallirà, quando ci si spinge in questo modo, sapendo che hai il permesso di fallire, succede qualcosa di magico: ci si concede di fare cose che altrimenti non faresti mai, le sfide ci fanno crescere e sperimentare.

Siate ambiziosi, sognate oltre l’ostacolo, abbiate il coraggio di inseguire obiettivi coraggiosi. Perché, come dico spesso ai miei assistiti:

La felicità si gioca proprio tra la paura di diventare chi sei e il coraggio di prendere quella decisione.

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Carl Rogers

VITA

Carl Rogers è nato a Oak Park, una contea dell’Illinois, l’8 gennaio 1902 da una famiglia protestante avente rigidi principi morali, che, qualche anno più tardi, si trasferì in campagna per dedicarsi all’allevamento di bestiame. Da qui Rogers maturò l’interesse per la natura e gli animali al punto da iscriversi alla facoltà di Agraria, ma subito dopo scoprì di essere interessato maggiormente agli studi teologici. Qualche anno più tardi, intraprese un viaggio in Cina, con dei colleghi, per partecipare alla conferenza internazionale organizzata dalla Federazione Mondiale degli Studenti Cristiani. Questo incontro diede la possibilità a Carl Rogers di operare un confronto non solo culturale ma anche teorico e di pensiero, chiarendo quale fosse il suo reale interesse di studio.

Da questa esperienza maturò l’intenzione di abbandonare l’indirizzo teologico e di intraprendere un percorso di studi a orientamento psicopedagogico. Dopo un anno presso l’Institute for Child Guidance iniziò a lavorare presso il Child Study Deparment di Rochester. Il suo interesse per le teorie di Otto Rank e per l’Esistenzialismo europeo, portarono nel 1939 alla pubblicazione del suo primo libro The clinical treatment of problem child, grazie al quale ottenne una cattedra di psicologia clinica in Ohio.

Tre anni più tardi pubblicò il libro dal titolo Counseling and Psychotherapy, pilastro al suo innovativo approccio teorico, ovvero la teoria basata sul cliente.

Nel 1957 ottenne la Cattedra di Psicologia e Psichiatria presso l’Università del Wisconsin. In questa sede cominciò a sperimentare il suo approccio terapeutico, concretizzando i primi risultati.

Successivamente, decise di abbandonare l’insegnamento per fondare in California il Center for the Study of the Person e l’Institute of Pedace, orientato allo studio e alla soluzione dei conflitti.

Carl Rogers è stato candidato al Premio Nobel per la pace nel gennaio del 1987 e morì qualche giorno dopo, esattamente il 4 febbraio dello stesso anno.

Carl Rogers e la psicologia umanistica

Carl Rogers fondò la Psicologia Umanistica, che pone le sue radici nel valutare positivamente le risorse e le potenzialità presenti in ogni individuo. Secondo Rogers, ognuno possiede un proprio valore e una determinata capacità di autodeterminazione che consente di perseguire specifici scopi o altrettanti specifici risultati.
Carl Rogers sosteneva che tutti hanno le capacità di autodeterminazione, utile a determinare il proprio comportamento per migliorarlo. Tale processo è stato definito da Rogers come tendenza attualizzante e consiste nella volontà naturale di vivere, perfezionarsi, preservarsi e modificarsi.

Secondo Rogers le persone sane sono aperte mentalmente verso nuove esperienze, vivono liberamente ogni momento e sono in grado di ascoltare sia se stessi che gli altri perseguendo i propri bisogni o obiettivi.

Il pensiero di Carl Rogers era in netto contrasto con quello psicoanalitica vigente e per questo era considerato molto innovativo e rivoluzionario.

Egli fu il primo a considerare la natura umana come una capacità innata volta al raggiungimento e al mantenimento della salute e dell’autoregolazione.

Partendo da questo presupposto, rifiutò il termine paziente, poiché lo considerava viziato dal concetto di malattia e lo sostituì con il termine “Cliente”. Rogers dunque partiva dal presupposto che non esiste una malattia mentale da curare ma tutti possiamo incappare in momenti difficili da affrontare e per questo, grazie alle risorse personali, è possibile superare questi stati liberamente. I problemi che possono verificarsi durante l’arco della vita derivano da una distorsione della tendenza attualizzante e lo scopo è ripristinare questa funzione ciclica e continuativa.

La terapia di Carl Rogers

Carl Rogers ideò un modello psicoterapeutico definito terapia centrata sul cliente detta anche non direttiva e terapia rogersiana, che nacque all’interno dalla psicologia umanistica.
Secondo tale approccio non sono le pulsioni istintuali a motivare il soggetto, ma il bisogno di conoscere, e autorealizzarsi. Rogers sostiene che bisogna superare il pessimismo antropologico Freudiano secondo il quale l’uomo risponde agli impulsi non razionali e guardare come il comportamento è dato da un naturale fluire di stadi. Infatti,il comportamento umano è razionale ed è determinato dagli obiettivi che ognuno si prefigge di raggiungere. Lo scopo della psicoterapia dunque è quello di consentire alla tendenza attualizzante di agire liberamente, eliminando gli ostacoli che impediscono l’autorealizzazione della persona. L’individuo possiede in se stesso le risorse necessarie per guarire e per questo è esso stesso a dover lavorare in terapia. Per queste ragioni, la psicoterapia rogersiana si difinisce “centrata sul cliente”.

Terapia centrata sul cliente

La terapia centrata sul cliente è determinata dalla relazione che si instaura tra terapeuta e cliente. Secondo tale approccio lo psicoterapeuta non possiede delle tecniche di intervento protocollari e per questo è libero di interagire con l’individualità del cliente.

La relazione, però, deve seguire un determinato schema:

Non-direttività: la relazione che si instaura tra terapeuta e cliente è di tipo paritetica, il terapeuta incita il cliente a utilizzare le sue risorse personali per individuare una soluzione al problema presentato.

Empatia: affinché la relazione possa portare a dei risultati è necessario che il terapeuta vesta i panni del cliente e tenti di vedere il mondo con i suoi occhi, abbandonando i propri schemi personali.

Accettazione: il terapeuta accetta i pensieri e i comportamenti del cliente in maniera incondizionata e per questo ascolta attivamente e senza mettere in atto pregiudizi.

La terapia centrata sul cliente è particolarmente indicata nei casi in cui non si riesca a entrare in contatto con le proprie esperienze e a riconoscere le proprie emozioni. Si determina in questo modo una sorta di conflitto interiore e inautenticità, che porta la persona a non essere pienamente se stessa nella relazione. Carl Rogers definisce questo stato “incongruenza”, che non permette all’individuo di crescere positivamente o di effettuare le proprie scelte in maniera ottimale.

La terapia centrata sul cliente ha come obiettivo l’aprirsi liberamente all’altro in maniera autentica. Inoltre, attraverso tale processo terapeutico è possibile comprendere empaticamente come l’altro costruisce il proprio rapporto con se stesso, gli altri, il mondo. Questo concetto rappresenta la base dell’epistemologia della Psicoterapia Centrata sul Cliente e della sua pratica psicoterapeutica

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Focalizzare: il potere della mente, come farlo? Perché è utile farlo?

I consigli del life e Mental Coach delle star

La potenza della focalizzazione è così efficace che può essere utilizzata per tagliare l’acciaio. Con una potenza più bassa di 800 Watt, appena sufficiente a riscaldare una stanza di medie dimensioni, una sorgente di luce può essere concentrata per formare un puntino di energia inferiore a 1 mm di diametro che contiene energia sufficiente per tagliare una lamiera con elevata precisione.

Si tratta di un esempio calzante per comprendere la potenza della focalizzazione. L’energia dispersa produce poco, se non nessun risultato, mentre l’energia focalizzata con molta precisione produrrà risultati sorprendenti e tangibili.

Un altro esempio, ci viene dato dalla natura e dalla potenza di una goccia d’acqua su una roccia che,ora dopo ora, giorno dopo giorno, anno dopo anno, arriva a bucare la roccia, mentre un’ondata di tonnellate di acqua versata di getto può tuttalpiù bagnare o spostare la stessa roccia!

Il termine “messa a fuoco” è fondamentale se usato per riferirsi alla semplice questione di tenere una sorta di attenzione non giudicante su qualcosa che è direttamente percepito come un obbiettivo da raggiungere.

La focalizzazione può essere utilizzata per chiarire ciò che si prova o ciò che realmente si vuole.

La focalizzazione determina il nostro futuro”.

Secondo Tony Robinson, che può essere citato come uno dei coach motivazionali, pionieri del concetto di focalizzazione sul come e su cosa ci si debba concentrare per padroneggiare al meglio gli stati d’animo e la loro gestione, anche e soprattutto per il raggiungimento dei nostri obbiettivi.

La “messa a fuoco” inizia nella nostra mente ma deve manifestarsi anche nel nostro comportamento. La “messa a fuoco” non è utile se viene sperimentata solo nella nostra mente, essa deve soprattutto esprimersi anche nelle nostre azioni.

In poche parole la nostra mente crea le azioni che poi usiamo per produrre il nostro futuro attraverso le nostre azioni.

Il nostro cervello elabora grandi quantità di informazioni.

Ogni momento esso riceve ed elabora circa 2 milioni di input sensoriali in forma di visioni, suoni, sensazioni tattili, sapori e odori e utilizza dei filtri per cancellare, distorcere o generalizzare l’input sensoriale in “archivi” che la mente può ritrovare.

Tutto ciò riporta alla PNL (Programmazione Neuro Linguistica) con la ferma consapevolezza che “La mappa non è il Territorio” o, in altre parole, ciò che vediamo non è la rappresentazione completa e obbiettiva di ciò che sta accadendo intorno a noi.

Si ottiene quello su cui ci si concentra e ci si focalizza.

Perché? Perché ci siamo abituati a condizionare il nostro cervello per cancellare, distorcere, generalizzare ma anche utilizzare i dati che continuamente riceve.

Pensiamo a questi punti chiave:

• Se si tenta di focalizzarsi su troppe cose si disperdono le energie e potenzialmente perderemo le opportunità che riteniamo più necessarie per noi.
• Se si rimane concentrati sulla cosa sbagliata si ottengono dei risultati sbagliati.

Sappiamo quanto sia inutile aspettarsi dei risultati diversi se fai le stesse cose e le fai nello stesso modo!

Se focalizzi la tua attenzione nel modo giusto essa concentrerà e farà “lavorare” l’energia specifica per creare i risultati che desideri!

E’ fondamentale saper focalizzare la nostra attenzione per creare la corretta messa a fuoco dei nostri obiettivi.

Ad esempio: Se ti concentri sulla malattia si tenderà a manifestare la malattia e ad attirarla, al contrario, se ti concentri sulla salute tenderai ad attrarre salute. Se ci si concentra sull’odio si tende a manifestare l’odio, se ci si concentra sulla felicità si tende ad essere felici.

Il pensiero è energia ed è uno strumento potente.

Su cosa ti concentri nella maggior parte del tempo? Su aspetti positivi o negativi?

Al fine di creare una maggiore focalizzazione dei nostri pensieri qui ci sono alcune cose che ti aiuteranno:

•Sii consapevole: Ora che conosci l’effetto della focalizzazione, guarda a te stesso ed ai tuoi risultati, verifica l’effetto e l’influenza che essi hanno avuto sulla tua vita.
• Sii grato: regolarmente (una volta al giorno o anche di più) tieni conto di tutte le cose in cui devi essere grato. Se vivi l’esperienza estenuante di una giornata impegnativa e non trovi nulla che ti invogli a provare gratitudine, spingi più avanti le tue barriere mentali e chiedi: “Se ci fosse qualcosa di cui essere grati, cosa sarebbe?”. Questo sposta la tua mente in uno stato di ricerca verso il meglio, verso qualcosa di positivo.

•Comincia pensando dalla fine”. Prenditi del tempo per pensare a quello che vorresti ottenere dalla vita. Scomponi i tuoi sogni in chiari e temporalmente misurabili obbiettivi che puoi utilizzare per allineare la tua attenzione.
• Riconosci tutto: è importante riconoscere tutto ciò che sta accadendo o è accaduto in passato. Tutte queste esperienze possono far si che il nostro cervello le cancelli, le modifichi o le generalizzi.
• Condiziona, da principio anche forzatamente, la tua mente verso gli obiettivi che desideri.

Ecco alcuni brevi suggerimenti:

✔️Scrivi i tuoi obiettivi;
✔️Rileggili o mettili in una zona dove puoi sempre vederli;
✔️Utilizza delle affermazioni o meglio gli “incantesimi” (la differenza tra un incantesimo e un’affermazione è che il primo aggiunge all’affermazione stessa il coinvolgimento emotivo) per ricordare a te stesso i comportamenti che vuoi adottare e gli obbiettivi che vuoi raggiungere.
✔️Prenditi del tempo per meditare sul risultato desiderato – visualizzalo, immaginalo come fosse già realizzato.

La focalizzazione deve considerare la variabile essenziale che riguarda il nostro uso del tempo. Tutti noi abbiamo 24 ore in un giorno, 365 giorni in un anno. Dovremmo misurare il nostro uso del tempo pianificandolo nella nostra mente, per affrontare alcune delle condizioni esterne di cui abbiamo bisogno per creare i presupposti per focalizzarci, questo aspetto determinerà la differenza tra priorità e urgenze.

✔️utilizzate un po’ del vostro tempo per meditare e “fare spazio” per focalizzare la vostra mente e pianificare le vostre azioni. Spegnete il telefono, non fatevi ossessionare dalla fobia delle e-mail o dei social network. Per un lasso di tempo che voi stessi deciderete, cercate un luogo tranquillo dove non sarete disturbati.
✔️Impostate il vostro tempo per alcuni compiti. Questo è particolarmente importante se i suddetti compiti o incombenze sono delle priorità, non siamo e non vogliamo diventare asceti o eremiti, semmai è vero il contrario.
✔️Concentrati, se puoi, su una sola cosa alla volta o almeno prova ad allenare la mente nel tentativo di poterlo fare in futuro.
• Focalizzati ora! La nostra mente e il nostro corpo devono essere allineati, vigili e pronti a quello che stai facendo e alle energie che stai muovendo adesso, non certo su quello che è successo ieri, ne quello che accadrà domani, ma solo nella direzione che ormai tutti definiamo il “qui ed ora”!

Trasforma la tua vita adesso! Imposta un obiettivo, dargli una direzione e realizza i tuoi desideri! Perché nessun uomo può essere veramente libero finché non saprà ciò che vuole o non conoscerà quale è il compito assegnatoli dalla vita.

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Come affrontare i sovraccarichi?

Troppe attività da svolgere? Panico!

Come (provare a 😅)gestire il sovraccarico di lavoro ?

Il sovraccarico di lavoro è la principale causa di stress sul posto di lavoro e in famiglia.

Ecco perché è importante imparare a gestirlo.

In effetti, lo stress può uccidere. Può causare affaticamento fisico e mentale o esaurimento.

Ecco alcuni consigli che utilizzo spesso con artisti, dirigenti, dipendenti e, passatemi il termine improprio, persone comuni per tentare di evitare di essere sopraffatto dal peso del lavoro e della vita più in generale.

👩🏻‍💻Impara a stabilire le priorità.

Distingui i compiti urgenti da quelli che sono un po ‘meno. Per questo puoi applicare la teoria di Eisenhower, che ti aiuta a organizzare e risparmiare tempo creando categorie.

👩🏻‍💻Concentrarsi sugli elementi essenziali

A volte devi solo imparare a concentrarti in modo da non sentirti sovraccarico. In effetti, è possibile che tu sia spesso distratto o che lavori in un ambiente rumoroso.

👩🏻‍💻Sapere come delegare o chiedere aiuto

Il sovraccarico di lavoro può essere una conseguenza di un’errata distribuzione dei compiti.

Se sei sopraffatto, non esitare a parlarne per condividere meglio i compiti.

👩🏻‍💻Sapere come dire di no

Il sovraccarico di lavoro è stressante. In effetti, alcuni dipendenti ma anche membri dei quadri dirigenziali, artisti, casalinghe ecc, hanno difficoltà a dire di no, per paura di perdere il loro ruolo. A volte, sentono che un NO giustificato, potrebbe anche essere percepito come una mancanza di motivazione. Non è assolutamente così. Bisogna imparare a dire di no, a diventare più egoisti, senza sensi di colpa, a volersi più bene. Quindi, quando dici “Sì” a qualcuno assicurati di non dire “No” a te stesso.

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Dr. Paolo Bran Veneziani Life & Mental Coach abilitato

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